Fin dalla notizia di quanto avvenuto alle barche della Global Sumud Flotilla è stato chiaro che si trattava di un atto di pirateria israeliano contro la solidarietà internazionale per questo insieme ad altre associazioni ci siamo impegnati a richiedere con forza atti concreti contro l’ennesima gravissima violazione del diritto internazionale perpetrata dal governo di Israele.
Vi proponiamo un’intervista con Angela Marsano dei Municipi Sociali di Bologna che ci racconta concretamente cos’è successo nella notte tra il 29 e 30 aprile 2026 nelle acque territoriali greche, per cui europee.
Angela ha partecipato alla Global Sumud Flotilla a bordo della Bella Blue una delle due imbarcazioni dei Municipi sociali di Bologna, Centri sociali del nord-est, Gaza Freestyle e Spazi Sociali Astra e Brancaleone di Roma.
L’intervista con Angela, che ringraziamo, ci fa vivere momento dopo momento lo svolgersi di questo atto di arroganza extraterritoriale compiuto dal governo israeliano nei confronti di persone che fino a quel momento non avevano compiuto nessun ipotetico reato visto che semplicemente navigavano in acque territoriali europee verso Creta.
Ascoltare il racconto di Angela ci conferma che l’impegno di tutti noi contro quanto sta facendo il governo di Israele, spalleggiato da chi lo sostiene a livello internazionale sia qualcosa che ci riguarda direttamente.
Intervista a Angela Marsano
- UNA BRUTTA SORPRESA
Vi aspettavate l’intervento di Israele dove è avvenuto?
I momenti di training che abbiamo fatto in Sicilia, sia a terra che online, hanno fatto parte di un lungo periodo di preparazione per renderci quanto più sicuri possibili relativamente alla missione che stavamo intraprendendo, per prepararci alle violenze che abbiamo visto in azione oltre che nei 75 anni d’occupazione della Palestina sui corpi dei palestinesi anche contro le precedenti flottiglie. Da questo punto di vista la flottiglia ha dimostrato di essere in grado di creare un modello per garantire la sicurezza e la preparazione delle persone che partecipano a missioni di questo tipo. La preparazione ha riguardato come affrontare le modalità che avrebbe potuto avere l’intercettazione delle nostre imbarcazioni all’interno delle strategie israeliane di violenza psicologica e fisica.
Da dove siete partiti e dove stavate navigando?
Siamo partiti il 26 aprile 2026 da Augusta in Sicilia. La missione era stata modulata per tappe, viaggiando per la maggior parte del tempo in acque territoriali per evitare che ci potessero essere sconvolgimenti, che comunque sono avvenuti. Questo per poterci permettere di fare assemblee e valutare il risk assessment strada facendo. Una prima tappa sarebbe stata la Grecia e la seconda tappa in valutazione era la Turchia. A differenza delle precedenti missioni in cui si era deciso di andare verso Gaza dritto per dritto, la Flotilla, anche per via della guerra che si sta consumando in quella porzione di Mediterraneo, aveva considerato la possibilità di fare una valutazione per così dire miglio per miglio.
Stavate veleggiando verso la Grecia, avevate la formazione su cosa fare se venivate intercettati, però eravate convinti che questo non sarebbe successo nel primo pezzo di rotta?
Eravamo certi che l’eventuale intercettazione non sarebbe stata nel primo tratto perché ci sembrava assurdo che la Marina israeliana, meglio definirla Forza d’occupazione israeliana, non si sarebbe potuta spingere al di là delle sue acque territoriali, dove c’è il blocco navale che hanno imposto alle acque della Palestina.
- L’ARREMBAGGIO
Veniamo alla notte tra il 29 e il 30 aprile 2026 cosa è successo?
Nelle notti precedenti avevamo visto dei droni che ci sorvolavano. Forse un po’ inconsciamente avevamo pensato che potessero essere di Frontex, gli stessi che sostanzialmente battono il Mediterraneo per cercare le imbarcazioni in difficoltà dei migranti, visto che stavamo facendo una delle rotte migratorie più comuni delle nostre geografie.
All’improvviso è arrivato il primo Mayday. Poi hanno gemmato le radio, interrotto tutte le comunicazioni via radio. Non ci sono state comunicazioni chiare su di chi fossero le imbarcazioni che ci stavano affiancando o che ci stavano abbordando. Chi pensava fosse la Guardia costiera greca che ci avrebbe intimato l’alt perché era troppo pericoloso andare avanti o che avrebbe fatto dei controlli visto che si sapeva che la Flotilla non era benvenuta in acque territoriali greche. Chi pensava fossero imbarcazioni Frontex, chi addirittura gli Americani. Ma mai ci saremmo aspettati che Israele avesse pensato e deciso di far muovere una sua nave militare in acque internazionali a poche miglia dalla Grecia, il tutto completamente indisturbato.
Notte fonda, droni sulla testa, comunicazioni bloccate: una situazione a dir poco inquietante. A questo punto punto chi vi ha abbordato e sequestrato?
Erano delle motovedette ma non riuscivamo a vedere tutto. Alla nostra barca si è avvicinata una motovedetta. Sono saliti a bordo ed hanno iniziato a gridare ordini confusi tipo “mani in alto”, “giù le mani”. Chi diceva “testa alta”, chi diceva“testa bassa”.
In quel momento avete capito che erano militari israeliani?
C’eravamo preparati alle fasi di abbordaggio e abbiamo capito anche dall’atteggiamento super violento, super aggressivo, super intimidatorio che non era possibile fossero della Guardia costiera greca. Al di là della lingua inglese con cui ci urlavano contro, tra loro parlavano in israeliano. La radice linguistica era evidente. Non era una lingua europea.
Cosa è successo?
La nostra barca è stata affiancata da due motovedette. A bordo sono saliti in 5-6, tra cui una donna e un cane. Noi a bordo della Bella Blue eravamo in 6. “Chi è il capitano?”. “Chi è l’equipaggio?”. Hanno iniziato a fare domande specifiche per individuare le responsabilità dell’imbarcazione.
Come d’accordo noi rispondiamo che c’è uno solo di noi che avrebbe interagito con loro e che dice loro: “Non c’è capitano né equipaggio. Io sono la persona delegata a parlare con voi. Ho i passaporti”.
La prima domanda che fanno è: “dov’è Starlink?”. Anche se avevano già sabotato le comunicazioni volevano prendere le apparecchiature.
Alcuni di loro sono scesi nelle cabine mentre altri ci hanno perquisito. Ci hanno fatto spogliare, tolto gli indumenti che avevamo per coprirci, perquisito il corpo e poi ci hanno messi a prua della barca, schiena verso di loro. Messi in quella posizione era impossibile vedere quello che ci succedeva dietro le spalle. L’unica cosa che vedevamo era l’enorme nave carcere dove stavamo andando. Si vedevano motovedette veloci che sfrecciavano da una parte all’altra, abbordando le altre imbarcazioni. Quello che sapevi era che stavi andando verso quella gigantesca nave carcere e non sapevi quale sarebbe stato il tuo destino.
Uno di loro ci ha chiesto di preparare due borsoni con dentro le cose per due mesi.
Due mesi, hanno detto così per terrorizzarvi?
Hanno detto proprio così. Hanno scelto due persone, tra cui io per fare questi borsoni. Sono scesa sottocoperta a preparare le borse. Ho potuto vedere che era tutto devastato: avevano rotto i pacchi umanitari, quelli di farina, latte in polvere e pasta, i nostri zaini. C’era una confusione totale. Tutto a soqquadro. Abbiamo fatto i borsoni. Siamo risaliti e glieli abbiamo consegnati. Poi siamo stati trasbordati su una di queste motovedette veloci e trasferiti alla nave carcere.
Quando è durato il tutto dall’arrembaggio a quando vi hanno trasferiti sulla nave carcere?
Un’oretta circa. Avevamo la percezione che quello che stava succedendo intorno a noi fosse esattamente quello che stava succedendo agli altri. In seguito abbiamo scoperto che erano state abbordate solo una ventina di imbarcazioni. Non ce l’hanno fatta a prenderci tutti.
- A BORDO DELLA NAVE CARCERE
A questo punto vi ritrovate dentro la nave carcere e dove venite portati?
Siamo stati trasbordati sulla nave carcere, grande, gigantesca. Non che siamo riusciti a vedere molto perchè ci hanno tenuto per la maggior parte del tempo in posizioni di stress: ginocchia a terra, testa a terra e mani o dietro la schiena o sulla testa. Non abbiamo avuto, per così dire, la possibilità di avere un campo visivo ampio.
C’era un grande stanzone dove vi hanno portato?
Dopo i debriefing che abbiamo avuto ci siamo fatti l’idea che questa nave carcere fosse fatta ad hoc per questo tipo di operazione. Non era una struttura fissa, era una struttura mobile, fatta con container.
Appena saliti hanno iniziato a dire “take it off” riferendosi alla kefiah che io come altri avevamo al collo.
Testa a terra, in ginocchio, mani dietro la schiena o sulla testa, siamo stati in attesa in una sorta di corridoio prima di essere perquisiti di nuovo. Camminavamo o meglio gattonavamo dentro questo corridoio che fiancheggiava uno dei grandi container dentro al
quale poi saremmo finiti.
Vi eravate già resi conto che oltre a voi c’erano altri della Flotilla?
Sì. Sentivamo le persone precedentemente abbordate e rapite sbattere sui muri dei container, urlando. Altri come noi erano in attesa di essere perquisiti.
A spanne, in quel momento quando sono stata trasferita io, saremmo stati una ventina di persone ad aspettare di essere nuovamente perquisiti.
Immaginiamo la scena. Gattonate a lato di questi container e sentite che c’è qualcuno già dentro. A questo punto vi bloccano per una nuova perquisizione?
Sì. Mani sulla transenna, nuova perquisizione. L’eliminazione di ogni oggetto che riguardasse la tua propria personalità. Mi hanno tolto bracciali e collana. Per togliermi la collana mi hanno puntato un coltello alla gola per tre volte fino a quando non gli ho detto che c’era un gancio per cui potevo togliermela da sola senza rischiare il morto. Nonostante mi abbia guardato molto male, la donna militare mi ha fatto togliere la collana da sola e poi dopo avermi perquisita mi ha chiesto se dovesse preoccuparsi di qualcosa che io avevo addosso. Ovviamente la risposta è stata negativa. Mi sono state tolte tutte le cose che erano nelle tasche, nel giubbotto.
Io sono stata una di quelle persone “fortunate” alle quali hanno lasciato quanto meno il pile ma mi hanno tolto anche la giacca. Tante persone sono rimaste senza scarpe e in magliettina a manica corta per tutto il tempo della detenzione.
Dopo l’ennesima perquisizione cosa ti è successo?
Dopo la perquisizione ci hanno rimessi in stress position fino ad arrivare ad un banchetto dove sono stati requisiti i passaporti. C’erano tante donne militari, molto giovani.
Ad un certo punto mi hanno abbassato la testa, fatto girare e quando mi hanno alzato la testa mi hanno chiesto di mettere le mani sul muro. Sul muro c’era la bandiera di Israele.
Da lì mi hanno ordinato di aprire e entrare nella porta del container che stavamo fiancheggiando. All’inizio ho avuto paura che la nave fosse adibita per mettere ognuno di noi in isolamento. Per fortuna, come tutti gli altri, ho scoperto con sollievo che aperta la porta del contanier c’era uno spazio all’aria aperta che sarebbe poi stato l’area comune di tutte e tutti noi, dove c’erano già i compagni e le compagne che erano state precedentemente rapite.
Ho aperto la porta e all’improvviso c’era una grande luce bianca da stadio.
Il tipo di luce bianca accecante che hanno descritto Thiago e Saif quando hanno raccontato della privazione del sonno, delle violenze psicologiche messe in atto nelle stanze dei detenuti e delle detenute nel carcere in cui sono stati richiusi nei giorni seguenti.
Passata la porte sulla nave c’era Thiago che attendeva e accoglieva chiunque di noi entrasse nello spazio insieme a tutti gli altri compagni e compagne che erano state precedentemente perquisite.
E’ la notte tra il 29 e il 30 aprile, siete tutti insieme nella nave carcere, ma nessuno vi comunica dove andrete, cosa succederà. Pensavate in quel momento che vi avrebbero portato in Israele?
C’è stata sicuramente un po’ di crisi e panico generale. Nessuno di noi si aspettava che Israele si potesse spingere fino al largo della Grecia. Ognuno di noi a suo modo stava pensando che comunque fosse saltato qualche equilibrio internazionale. Al di fuori da
quella nave per noi il mondo era inaccessibile. Non sapevamo bene quale fine potessimo fare. Stiamo andando in Israele: questa era la cosa che chiaramente ognuno di noi pensava. Questi sono venuti a pescarci qua, sicuramente non ci portano a Cipro o in Grecia e nè tantomeno in Italia. Ci porteranno sicuramente in carcere in Israele.
Qual’è stato l’ultimo gruppo che è stato fatto salire sulla nave carcere?
L’ultima nave che è stata abbordata è stata quella di Tony la Piccirella. Era già l’alba.
PRIGIONIERI IN MEZZO AL MARE
Dopo l’alba, come vi accorgete che la nave carcere inizia a muoversi?
All’alba ci rendiamo conto che la nave comincia a muoversi. Va detto che essendo una nave grande non ti rendi conto del movimento a differenza di quello che avevamo vissuto gli ultimi quattro giorni a bordo delle nostre piccole imbarcazioni in cui appena facevi una mossa si sentiva il movimento dell’intera barca.
Su questa grande nave non avevamo una grandissima percezione del movimento, però guardavamo il cielo per cercare di capire se le nuvole si stessero spostando per il vento o se fosse la nave a spostarsi e in più ci stendevamo sotto i container dove c’era una piccola fessura per cercare di capire se riuscivamo a vedere il mare muoversi. Durante la mattina quando abbiamo visto il sole, abbiamo capito che stavamo andando verso sud est. Cipro o/e poi Israele? Nessuno ci diceva niente.
Vi hanno dato qualcosa da bere e da mangiare?
Poca acqua per tutte le quasi 200 persone che eravamo e due panini marci.
Quanto siete stati sulla nave carcere?
Più di 30 ore, 34-36.
Cosa è successo nelle lunghe ore a bordo?
La prima cosa che hanno fatto è stato prendersi Tony La Piccirella e Saif. Dopodiché si sono presi un altro compagno che stava urlando contro il comando che dall’alto ci guardava.
Eravamo perennemente osservati. Ci controllavano dall’alto dove c’era il gabbiotto che circondava tutta la zona detentiva. Ci tenevano a farci sapere che erano lì anche se tu non potevi vedere. Picchiettavano sul container, ci sbattevano sopra, tiravano dei colpi molto forti per tutte le ore del giorno e della notte. A volte entravano con un fare estremamente violento e arrogante, da israeliani, da Forze d’occupazione. Ci chiedevano di contarci. Alcune volte ci mettevano in fila indiana. Cinque file indiane. Ogni persona che contavano poi la mettevano dentro il container. Ad un certo punto ci siamo trovati in 185 persone, quanti eravamo, in un container molto piccolo, stretto e buio. C’era solo una porta e inevitabilmente abbiamo provato un senso di soffocamento. Un’altra volta ci hanno chiesto di metterci agli angoli dello spazio comune, in gruppi da cinque, da dieci.
Thiago era diventata la persona di contatto. Parlavano solo ed esclusivamente con lui, lo chiamavano, lo portavano dentro al container, ci parlavano e Thiago ci comunicava quello che gli dicevano. Quando noi insieme a Thiago abbiamo detto loro che volevamo sapere che fine avevano fatto Saif e Tony La piccirella, gli hanno risposto che erano stati isolati perchè sapevano che avevano delle allergie alimentari molti forti. Tanto per far capire che tipo di informazioni distorte ci davano.
Comunque Thiago la mattina del nostro “rilascio” è stata la prima persona che si sono portati via.
Durante le ore a bordo non ci siamo persi d’animo. Abbiamo fatto anche assemblea per capire cosa fare e cosa ci stava succedendo, come relazionarci alla dimensione di violenza che stavamo vivendo. Pensavamo che stavamo andando verso Israele visto che così avevano detto a Thiago. Abbiamo iniziato a cantare, a battere sul container, a battere le mani, a fare cori. Chiedevamo le terapie delle persone rapite, insieme asd acqua e ad assorbenti, così come anche che i compagni messi in isolamento tornassero con noi. Di fronte alle forme di azione ovviamente pacifiche e non violente che facevamo, loro hanno cominciato ad agitarsi. Hanno cominciato a sparare, a battere pure loro, ad entrare, ad urlare, a darci ordini, a metterci in stress position e tutta un’altra serie di cose.
- SBARCO … DOVE?
E’ di nuovo l’alba. E’ il 1 maggio 2026, cosa succede?
Cominciano a battere forte sui tre container dell’area, a sparare sui container per svegliarci. In una situazione del genere qualsiasi rumore ti fa sobbalzare, per cui iniziamo ad agitarci perchè capiamo che sta per succedere qualcosa. Iniziamo a battere le mani, a fare cori.
Il primo che viene portato via è Thiago. Viene eliminata la persona di contatto tra noi e loro.
Alcune persone che fanno resistenza ovviamente non violenta sono brutalmente picchiate. Erano i primi vicino alla porta da cui loro entravano. Altri vengono portati via. Altri vengono stesi per terra, faccia a terra. E’ un momento di grande confusione e tensione. Non si capisce cosa sta avvenendo. Iniziano a dirci che stavamo per essere trasferiti in un’altra imbarcazione e dovevamo metterci in fila per essere contati. Iniziamo ad essere sempre più preoccupati. Dove ci state portando? Dove sono i nostri compagni? Anche loro verranno trasferiti insieme a noi?
Vediamo che alcuni sono malmenati. Ad alcune persone hanno sparato addosso con proiettili di gomma.
Aumenta il livello di violenza e in noi aumenta l’incapacità di pensare ad altro oltre il fatto che ci stavano trasferendo in una nave più veloce per andare in Israele.
Continuano a darci false informazioni. Sono nel penultimo gruppo che viene portato via. Ci hanno anche detto che se uno non voleva essere trasportato doveva sapere che rimanendo sulla nave carcere sarebbe andato in Israele. Poi ci dicono che saremmo stati trasferiti in un foreign country. Solo che per noi anche Israele è un foreign country…..
In tutta questa confusione, vieni spostata? Cosa capisci?
Dopo essere stata sempre a testa bassa e in ginocchio, capisco che qualcosa è cambiato quando il militare che mi ha accompagnata fino alla porta della nave carcere mi ha permesso di alzare la testa, lì ho visto che c’erano i miei compagni e le mie compagne su una motovedetta. Ero stordita. Non capivo. Ho guardato il militare che avevo davanti e non era armato, non era a volto coperto. Non riuscivo a capire chi fosse. Mi sono alzata. Ho guardato la bandiera sulla motovedetta su cui ero salita ed era la bandiera della Grecia. Era diverso anche l’atteggiamento dei militari che erano sulla nave su cui stavamo salendo. Era la guardia costiera greca, la loro marina militare.Erano le 7 del mattino circa del 1 maggio 2026.
Così termina il racconto di Angela.
Una domanda ci viene da fare a tutti i giuristi e non solo: quanti reati sono stati compiuti nei confronti di persone che non stavano compiendo alcun reato?





