Giuristi Democratici, insieme a molte realtà tra cui il Comitato 15 per il NO, il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, Salviamo la Costituzione, Libertà e Giustizia hanno promosso per il 20 maggio 2026 l’incontro intitolato “Non perdiamola di vista” presso l’Aula magna della Facoltà teologica valdese in Via Pietro Cossa n. 40.
Al centro dell’incontro la valutazioni della campagna referendaria e dell’esito del referendum, la volontà di stabilizzare il collegamento tra le varie realtà, rafforzando le possibilità di risposte coordinate e tempestive per la democrazia e l’analisi dei rischi più imminenti per la nostra Costituzione.
Vi proponiamo l’intervista con Daniela Padoan dal 2023 Presidente di Libertà e Giustizia, associazione che figura tra le prime adesioni all’incontro del 20 maggio 2026.
INTERVISTA A DANIELA PADOAN – LIBERTA’ E GIUSTIZIA
- Ci puoi spiegare come nasce Libertà e Giustizia?
L’associazione nasce nel 2002 con un grande evento al Piccolo Teatro di Milano a cui partecipano personaggi rilevanti della cultura milanese e non solo tra cui Claudio Magris, Umberto Eco, Enzo Biagi, Gae Aulenti, Umberto Veronesi, Maurizio Pollini. Tutte queste figure si sono raccolte per affermare la necessità di un dialogo continuativo della società civile con la politica partitica, nella comune tensione a difendere e attuare la democrazia costituzionale. Un luogo riconoscibile di partecipazione tra lo spazio istituzionale della politica e la propositività della società civile.
- L’associazione nasce per rendere non solo più protagonista la società civile ma anche per farla pesare complessivamente, senza doversi rinchiudere solo negli apparati partitici?
Esattamente. Un dialogo che rendesse fluido il rapporto tra elettori ed eletti, che rendesse la democrazia rappresentativa una parte vitale della democrazia partecipativa.
- A più di vent’anni dalla nascita qual è lo spirito che vi caratterizza?
La causa in cui Libertà e Giustizia si è sempre identificata è la difesa della Costituzione. L’anno dopo la nascita dell’associazione, nel 2003, si tenne un grosso evento intitolato “Giù le mani dalla Costituzione”, e nel 2004 partì la campagna “L’Italia è anche mia” in contrapposizione al sistema di potere berlusconiano. Nel 2006 venne la prima battaglia per difendere la Costituzione dal progetto di manomissione avanzato dal Governo Berlusconi, con un referendum in cui Libertà e Giustizia si impegnò con tutte le forze; nel 2016 fu la volta del referendum contro il disegno riformatore del Governo Renzi, e adesso, nel 2026 – con una sorta di ricorsività di dieci anni in dieci anni – è arrivata la riforma della magistratura voluta dal Governo Meloni. Ogni volta, i cittadini hanno mostrato di saper costituire un argine in difesa della democrazia costituzionale.
Cos’è cambiato in tutti questi anni? Sicuramente è cambiato il mondo intorno. È cambiato il modo in cui gli stessi partiti sono percepiti e guidati. È cambiata la centralità del Parlamento, esautorato un pezzo alla volta. I movimenti si sono imposti come un lievito, un fermento della società. Ma non si è trovato il modo per creare quel dialogo necessario a trasformare le richieste, i bisogni, ma anche le progettualità dei cittadini in politiche concrete e in spazi condivisi di democrazia. O anche in una piena attuazione della Costituzione, visto che larga parte dei suoi articoli più importanti resta tuttora disattesa.
Nel 2014 si era creata grande attenzione attorno alla figura di Alex Tsiparas, il leader di SYRIZA simbolo del rifiuto delle politiche di austerità imposte durante la crisi del debito greco. Nacque una lista ispirata alla sua lotta per la giustizia sociale e questo comportò suoi frequenti viaggi in Italia. Ricordo che rimase stupefatto e incantato dalla ricchezza della partecipazione civica, associazionismo, collettivi, centri sociali, volontariato. Tanto da affermare: “Questa realtà italiana vi pare scontata, ma è molto particolare e dovreste capirne fino in fondo le potenzialità e la forza”. Credo che questo sia vero anche adesso.
- Facciamo un salto temporale ad oggi, al risultato del referendum del 2026 che si può dire sia stata una dimostrazione di tutto quello che descrivevi e cioè le potenzialità della società, generazioni diverse che si mettono in gioco, etc. Tutto questo si è trasformato nel segno NO fatto su un pezzo di carta dentro le urne. Voi avete partecipato attivamente alla campagna referendaria?
Abbiamo fatto parte del direttivo del Comitato della Società civile per il NO, ma abbiamo partecipato soprattutto come circoli – Libertà e Giustizia è strutturata in circoli territoriali presenti in varie città d’Italia – lavorando, come da tempo accade, fianco a fianco con associazioni “sorelle”, come ANPI, ARCI, il Coordinamento per la democrazia costituzionale, Salviamo la costituzione, Giuristi democratici… C’è un reticolo che in molte città, quasi sempre in dialogo con la CGIL, costituisce una sorta di spazio comune d’azione, di formazione e di elaborazione di pensiero politico.
Il mondo dell’associazionismo ha diverse sfaccettature e peculiarità che non sono escludenti l’una dell’altra, ma anzi lavorano insieme, tanto che a volte le persone scelgono di assumere contemporaneamente diverse appartenenze, tessere, adesioni informali. Questa mi pare già di per sé una bella indicazione.
Cosa è successo questa volta? Anche se questo mondo associativo spesso parla a persone di una certa età – per quanto ci riguarda, Libertà e giustizia è legata fin dalla sua nascita all’interlocuzione con un ambito culturale universitario, specialistico – quello che poi accade in campagne come questa è che si propaga una radice comune, una necessità di fondo che risiede nella comprensione della posta in gioco. Nonostante gli esponenti dell’esecutivo abbiano cercato più volte di attenuare l’impatto della riforma Nordio Meloni, assicurando che non si trattava di un’operazione contro l’indipendenza della magistratura né di una prova di forza del governo, ma solo della separazione delle carriere, sono stati smentiti anzitutto dai quindici che hanno presentato il quesito. La definizione stessa della riforma è stata esplicitata e non poteva più essere contrabbandata come qualcosa che non andava a toccare la Costituzione. Di fronte a una campagna mediatica di attacco ai giudici – in certi momenti veramente scomposta – che il governo ha potuto condurre avendo dalla sua praticamente tutte le televisioni, le persone si sono rese conto che il referendum si era trasformato nella necessità di segnare una linea davanti alla quale la maggioranza doveva fermarsi, una linea del Piave, una coscienza democratica dei diritti che non può essere impunemente infranta.
- Come si può mantenere viva la ricchezza sociale che si è espressa con il segno NO nella scheda elettorale? Un incontro come quello del 20 maggio 2026 in cui voi e altre associazioni come Giuristi democratici vi ritroverete vuole essere un tassello per iniziare a trovare una risposta comune. Avete iniziato a riflettere su come si potrebbe tenere aperta questa possibilità?
Stiamo riflettendo su questo, certamente, ma credo che quello che avviene nel Paese ci indichi già una strada, perché la corsa verso una legge elettorale che riverbera la legge Acerbo rende necessario che il NO espresso nelle urne continui a risuonare con determinazione nelle piazze.
Dovremmo, con la stessa capacità di lavorare insieme, riprendere un lavoro di sensibilizzazione città per città. Gli argomenti sembrano ostici, lontani – anche con il referendum sulla giustizia è stato così – ma poi, continuando a cercare luoghi di incontro, spazi fisici e virtuali nei quali veicolare un messaggio molto preciso – e cioè che non dobbiamo permettere che venga toccata la nostra democrazia costituzionale – le persone si mobilitano, e si mobilitano anche i giovani.
Oggi è necessario guardare in modo sistemico all’impianto complessivo che questo governo ha mostrato di avere in mente sia sulle riforme – l’autonomia differenziata che continua sotto traccia e il premierato, che sia palese o contrabbandato attraverso una legge elettorale improntata alla stessa retorica del leader – sia sull’ordine pubblico, con i decreti sicurezza, la compressione della libertà di opinione e manifestazione, la stretta ulteriore sulla migrazione, il progressivo desiderio di criminalizzazione dell’attivismo e del pacifismo.
C’è un impianto complessivo disegnato da questo governo che dobbiamo cercare di avere molto ben chiaro in mente, combattattendo non solo sui singoli obiettivi, ma vedendo in modo sistemico quello che sta succedendo e cercando un costante dialogo con i vari ambiti sociali che vanno dalle università ai centri sociali.





