Diritto internazionale in tempo di guerra. Contributo dell’Avv. Roberto La Macchia

Diritto internazionale in tempo di guerra. Contributo dell’Avv. Roberto La Macchia


Il 28 gennaio 2026 si è svolto al Palazetto dello Sport di Torino l’incontro “Democrazia in tempo di guerra – Censurare l’informazione, disciplinare la cultura e la scienza”, organizzato da La Poderosa APS. Tra i molti contributi arrivati per l’iniziativa, vi proponiamo l’intervento dell’Avvocato Roberto Lamacchia, copresidente dell’Associazione Giuristi Democratici che fa il punto sulla situazione del diritto internazionale.

CONTRIBUTO DELL’AVVOCATO ROBERTO LA MACCHIA

Il tema di questo convegno è di per sé stimolante a partire dal suo titolo che contiene un evidente ossimoro perché tale è certamente l’accostamento della parola democrazia con la parola guerra. Infatti se per democrazia intendiamo un sistema in cui sia esaltata la rappresentanza del popolo, il rispetto delle istituzioni, delle norme costituzionali, appare immediatamente come non sia nemmeno possibile ipotizzare parlare di guerra se non ovviamente di una guerra di difesa. Eppure evidentemente ciò che era sempre stato considerato pacifico oggi non lo è più ed esistono stati ritenuti democratici che combattono una guerra anche un po’ particolare come per Israele senza scomporci in alcun modo e senza perdere agli occhi di molti altri stati quell’etichetta di democrazia. Dunque non è forse più possibile dire che se c’è democrazia non ci può essere guerra e che lo svolgimento di una guerra esclude che si sia in democrazia. Ed allora bisogna ricorrere ad altri strumenti che ci consentano di ripristinare una corretta via alla pace senza ricorrere a equivoci nominalismi.

Gli strumenti possono essere vari, io vorrei concentrarmi sul diritto internazionale, sulle espressioni giudiziarie con riferimento a tutte le guerre in corso.

Purtroppo anche su questo versante la situazione è assai precaria ed invece la drammatica situazione che viviamo richiederebbe una risposta internazionale. Ben consci del rischio del risorgere del pericolo di una guerra, le nazioni si erano munite di una serie di istituti che garantissero la possibilità di intervenire per limitare e sanzionare violazione del diritto internazionale. Istituti da affiancare all’ONU parallelizzata dal diritto di veto che impedisce l’assunzione di decisioni cruciali per il mantenimento della pace. Sono nate così la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale.

Purtroppo questi enti sono nati monchi, infatti alla CIG come alla CP non aderiscono tre dei cinque membri del Consiglio di sicurezza, Cina, Russia e Stati Uniti. Non aderiscono inoltre India, Iran, Egitto, Arabia Saudita, Turchia, Pakistan, Iraq, Libia e Sudan.

La Corte internazionale di giustizia è il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, si occupa di risolvere controversie legali tra stati membri, la sua funzione è applicare e interpretare il diritto internazionale.

La competenza della Corte penale internazionale è limitata ai crimini più seri che riguardano la comunità internazionale nel suo insieme, genocidi o crimini contro l’umanità, crimini di guerra commessi da individui, a differenza dunque dalla competenza della Corte di Giustizia che giudica e sanziona gli stati. La sua istituzione ha rappresentato un passo importante nella creazione di un diritto internazionale teoricamente estensibile a tutti i 192 stati membri dell’ONU. In realtà solo 125 hanno sottoscritto lo Statuto di Roma che sancisce la nascita della CPU, mentre altri 32 hanno firmato il trattato istitutivo ma poi non l’hanno mai ratificato, a differenza della Corte Internazionale di Giustizia la CP non è un organo delle Nazioni Unite pur se vi sono rapporti tra le due istituzioni

Per venire alle questioni più attuali la Corte internazionale di giustizia ha emesso in particolare su Gaza due ordinanze.

Con la prima ha deciso di procedere nell’esame del rischio di genocidio nei confronti di Israele per l’operazione a Gaza, con una seconda ordinanza ha statuito che lo Stato di Israele dovrà fermare immediatamente la sua offensiva militare, mantenere aperto il valico di Rafa per la fornitura di servizi di base di assistenza, adottare misure efficace per garantire l’accesso senza ostacoli alla striscia di Gaza a qualunque commissione di inchiesta. Non è nemmeno il caso di ricordare come Israele non abbia tenuto in alcun conto le prescrizioni della Corte. Successivamente la CIG ha emesso poi un parere consultivo con cui ha affermato che gli stati non devono riconoscere, sostenere l’occupazione illegale e astenersi da qualsiasi attività economica o commerciale che possa consolidare la presenza illegale di Israele nei territori occupati. La CIG non ha ancora emesso la sentenza sulla questione. Sappiamo che la sentenza non avrebbe conseguenze concrete ma in ogni caso una pronuncia che sancisse che il comportamento di Israele a Gaza e in Cisgiordania costituisce un genocidio darebbe un duro colpo alle pretese giustificazioniste di quello Stato.

Quanto alla CPI, il 21 novembre 2024, la Camera preliminare ha emesso due decisioni cruciali per la situazione in Palestina. All’unanimità la Camera ha emesso mandati di arresto per Netanyahu e per l’ex ministro della Difesa, Gallant. I mandati di arresto riguardano presunti crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi tra l’8 ottobre 2023 e il 20 maggio 2024. Secondo la Corte Netanyahu e Gallant hanno agito consapevolmente per impedire aiuti umanitari, violando il diritto internazionale e sottolineando che le restrizioni erano motivate politicamente e non per necessità militari. Sono fermi i mandati di arresto nei confronti di Netanyahu e Gallant, vista l’impossibilità di eseguirli e le dichiarazioni preoccupanti di molti paesi, tra i quali l’Italia, che hanno reso noto di non volerli eseguire anche laddove ce ne fosse la possibilità.

Per passare all’altra drammatica vicenda di questi anni, la guerra di aggressione in Ucraina, anche qui gli organismi di diritto internazionale sono limitati nelle loro possibilità di azione.

La Corte penale internazionale indaga sui crimini di guerra in Ucraina ma ha una limitazione sul crimine di aggressione, colmata dal recente accordo del 2025 che prevede l’istituzione di un tribunale speciale per quei crimini con la presenza di giudici internazionali al fine di assicurare che i procedimenti siano condotti nel rispetto delle più alte garanzie procedurali e del diritto internazionale, onde assicurare processi equi, diritti della difesa, indipendenza giudiziaria. Il tribunale verrà istituito probabilmente entro il 2026, dunque oggi non è costituito e sicuramente vi saranno ostacoli per la sua realizzazione. Nel frattempo la CPI, per quanto di sua competenza, sulla base della richiesta di 43 stati, tra i quali l’Italia e gli stati della UE, di indagare in relazione a presunte condotte qualificabili come crimini internazionali commessi in Ucraina, ha provveduto ad emettere il 17 marzo 2023 due mandati d’arresto per crimini di guerra nei confronti di Putin e di Maria Lvova-Belova, commissaria russa per i diritti dei bambini, e successivamente di altre due persone militari ritenute responsabili per aver diretto attacchi contro la popolazione civile in Ucraina.

Ma nessun mandato d’arresto è stato eseguito, né la CIG ha emesso la sua decisione circa l’accusa ad Israele di genocidio e per di più gli Stati Uniti hanno intrapreso azioni repressive nei confronti di alcuni dei giudici della CPI con un evidente scopo intimidatorio.

In definitiva, non possiamo che prendere atto che né CPI né CIG sono riuscite, in parte non potevano riuscire, a porre un freno alla politica di guerra che ormai sta coinvolgendo tutti gli Stati.

Il riarmo, la rimilitarizzazione sono ormai argomenti al centro del dibattito in ogni paese. Ed allora si mobilitino le coscienze, si prema per una conferenza mondiale volta dapprima raggiungimento di una tregua sia in Ucraina, sia a Gaza che in Cisgiordania, ci si batta perché l’ONU riassuma quelle caratteristiche di intervento al fine di evitare conflitti internazionali, si confermi la fiducia internazionale in CPI e CIG, si prema perché quest’ultima emette la sua decisione nei confronti di Israele e si accetti di eseguire i mandati di cattura emessi dalla CPI.

Non si può che concludere che la democrazia in tempo di guerra non esiste e per ripristinarla occorre una forte pressione sociale dei veri stati pacifisti e un forte impegno a far funzionare e rivitalizzare quelle strutture internazionali volute proprio al fine di evitare nuove guerre dopo la seconda guerra mondiale, ma anche noi come cittadini dobbiamo muoverci in difesa della democrazia, ricordando sempre che essa si difende espandendo i diritti e lottando per essi.

Reazioni nel fediverso