Sui fatti di Bologna

Sui fatti di Bologna

Da diversi giorni la città di Bologna sta vivendo una pagina molto dura della sua storia.

La città martire della violenza fascista, vittima della strage del 2 agosto, è stata scossa da un evento drammatico, totalmente video ripreso e passato su ogni genere di mezzo di comunicazione, senza filtri, senza nascondere, senza manipolare.

La morte di un cittadino del Pilastro, durante un’operazione di Polizia, ha aperto una voragine nel cuore dei quartieri e della politica cittadina.

Da mesi il rione Pilastro, quartiere razzializzato, e prima ancora costruito (senza continuità urbanistica), al di fuori delle mura cittadine ed aldilà delle già estese periferie urbane, è oggetto di interventi di militarizzazione, a causa delle proteste di un comitato di cittadini, residenti e non, in relazione alla costruzione di un museo.

È il Museo delle bambine e dei bambini, inserito in una periferia complessa, la cui realizzazione ha comportato l’abbattimento di alberi all’interno del parco, frequentatissimo da bambini e ragazzi del Pilastro, e la solita colata di cemento.

Come nella migliore tradizione repressiva, che abbiamo imparato a conoscere in Val di Susa, nel quartiere Vanchiglia, nelle manifestazioni a sostegno della Palestina, la risposta è stata forte, sproporzionata rispetto alle persone ed al contesto: il quartiere da mesi è completamente militarizzato.

Nel frattempo, per una delle attiviste, una ragazza residente di seconda generazione, studente e lavoratrice, è stata richiesta la sorveglianza speciale, collegando gli aspetti della militanza a favore della causa palestinese con la militanza all’interno delle proteste per la salvaguardia del parco rionale.

Tutto questo è la cornice, la premessa necessaria per comprendere la sequenza degli eventi.

Fakir Abderrahim era un cittadino di origine marocchina, un lavoratore, inserito in un contesto famigliare e sociale: nella calda domenica del 19 luglio era una persona bisognosa di aiuto, come nel corso della vita a chiunque può accadere.

Lascia una famiglia, amici e conoscenti a cui vanno le nostre condoglianze e la nostra vicinanza.

Nella manifestazione di piazza immediatamente successiva ai fatti, indetta dal Comune alla presenza del Sindaco per ricordare ed esprimere appoggio alla famiglia di Fakir, prima che iniziassero gli scontri si è levato un grido unitario: NO ALLO SCUDO PENALE.

Nella mattinata, con un comunicato, la Procura aveva tenuto a precisare di non aver iscritto nessuno nel registro degli indagati, ma di aver effettuato un’annotazione nel registro ex art. 45-bis.

Tale registro è stato istituito il 24 febbraio 2026 con il decreto-legge n. 23/2026; in particolare, con le disposizioni contenute negli artt. 12 e 13 del D.L. 23/2026, sono state apportate modifiche all’art. 335 c.p.p., relativo al “registro delle notizie di reato”, ed è stato introdotto l’art. 335-quinquies c.p.p., rubricato “Attività di indagine in presenza di cause di giustificazione”.

Nello specifico, la ratio è costituita dall’esigenza di scongiurare l’automatismo dell’iscrizione nel registro degli indagati di coloro i quali abbiano agito in presenza di una causa di giustificazione: appunto, il c.d. scudo penale.

La coscienza che questa morte potesse non avere nessun tipo di colpevole ha sicuramente contribuito ad accendere una miccia, ad alimentare la rabbia, soprattutto giovanile, sul divario tra una brutale repressione nei confronti di migranti e attivisti, e un sostanziale rischio di impunità per lo Stato, per i suoi agenti e anche per chi, impunemente, vuole ampliare i rigidi confini della legittima difesa, ricomprendendovi la giustizia sommaria.

Non è finita, probabilmente altre pagine si scriveranno, in termini di denunce, processi e condanne prima che si arrivi al termine di questa notte.

Marina Prosperi

Reazioni nel fediverso