Cosa sta succedendo in Iran? Ne parliamo con Maysoon Majidi

Cosa sta succedendo in Iran? Ne parliamo con Maysoon Majidi

Per comprendere cosa sta succedendo nella complessa situazione dell’Iran pensiamo sia utile ascoltare chi si è sempre opposto al regime per ampliare spazi di libertà reali. Preferiamo per questo dialogare con donne e uomini che abbiamo conosciuto in questi anni e con cui abbiamo condiviso momenti di iniziativa perchè l’Iran esca da un dominio oscurantista e possa aprirsi ad un futuro di libertà ed autodeterminazione.

Con questo spirito alcuni giorni fa abbiamo posto a Maysoon Majidi, regista ed attivista per i diritti umani curda-iraniana, alcune domande a cui ci ha risposto nello scorso fine settimana.

Ricordiamo che Maysoon Majidi fuggita dall’Iran per il suo impegno nel movimeno “Donna, vita e libertà”, dopo aver attraversato il Mediterraneo su uno dei tanti barconi carichi di esseri umani in cerca di una speranza di vita, sbarcata in Italia il 31 dicembre 2023, è stata arrestata con l’accusa di “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare”, in poche parole di essere una scafista. Rinchiusa per più di trecento giorni nel carcere di Reggio Calabria è stata poi assolta dal Tribunale di Crotone per non aver commesso il fatto. Nel suo periodo di prigionia in Italia ed anche ora continua ad essere in prima fila nella battaglia per la libertà in Iran e per i diritti dei migranti.

DIALOGO A DISTANZA CON MAYSOON MAJIDI

* Ci puoi aiutare a capire quel che è successo in Iran visto che si fa veramente fatica a comprendere a fondo la dinamica di quel che accade con le proteste, che all’inizio sono stata presentate come legate solo alla situazione economica del paese?

Scusate se rispondo con ritardo alle vostre domande ma sto lavorando molto. Purtroppo non riesco ancora a mettermi in contatto con l’interno del Paese, perché l’accesso a Internet continua a essere bloccato. Le domande che mi avete inviato sono importanti ed estremamente articolate. Rispondere in modo completo a tutte richiederebbe tempo e grande attenzione ma volentieri provo comunque a dire alcune cose.

Per quanto riguarda la situazione economica, il crollo del valore della moneta nazionale è un elemento centrale. Non è un caso che le proteste siano iniziate dai bazar, dagli stessi ambienti che nel 1979 ebbero un ruolo determinante nella Rivoluzione islamica. Oltre alle sanzioni del 2018, nuove misure sanzionatorie, che hanno colpito soprattutto la popolazione civile, si sono sommate al collasso di una delle principali banche del Paese nel mese di novembre. Tutto ciò ha prodotto un’inflazione estremamente elevata. A questo si aggiunge una grave crisi idrica che ha colpito il Paese nei mesi di ottobre e novembre e che non può essere ignorata.

Tuttavia, non si tratta di una rivolta dei poveri o degli affamati. Questa mobilitazione è la continuazione delle proteste precedenti.

Il gesto simbolico compiuto dalla popolazione di Ilam, dove sono stati presi di mira negozi legati alla distribuzione alimentare senza che venisse rubato alcun cibo, con il riso semplicemente sparso nelle strade, è la prova evidente di questo fatto.

Le persone non hanno fame di pane, ma di libertà.

Le proteste si sono svolte in tutte e 31 le province dell’Iran. Attualmente è in vigore una situazione di fatto assimilabile alla legge marziale e sono in corso arresti su larga scala. Non esistono dati ufficiali e certi sul numero delle vittime, ma sono stati riportati oltre 2.500 casi.

* Questa mobilitazione è in continuità, e come, con il movimento “Donna Vita e Libertà” ?

Il problema principale che abbiamo avuto e che continuiamo ad avere con altri gruppi in Iran è che non esiste una reale comprensione del significato di “Donna, Vita, Libertà”. Molti hanno tentato esclusivamente di appropriarsi di questo slogan del popolo curdo e oggi non sono nemmeno in grado di analizzarlo politicamente. Se mi chiedi una risposta diretta, la risposta è sì: in un Paese in cui non esistono democrazia, libertà di genere e giustizia sociale, l’unica via verso la libertà passa proprio da questo slogan e dalla sua ideologia, che rappresenta la matrice stessa di una filosofia della libertà e della giustizia.

* Sappiamo che è difficile fare previsioni, ma quali prospettive hanno mosso i manifestanti, se ne hanno avute, e quali prospettive esistono, secondo te?

Il problema fondamentale resta l’assenza di una leadership seria, credibile e affidabile.

Pahlavi, e in particolare i suoi sostenitori, puntano al ritorno della monarchia, una monarchia indissolubilmente legata ai crimini della SAVAK, responsabile del massacro di circa 25.000 cittadini turcofoni in Iran e dell’esecuzione di importanti leader della lotta curda, tra cui Qazi Muhammad, presidente della Repubblica del Kurdistan. Basti ricordare che i movimenti del 1968 in Germania ebbero una delle loro scintille principali proprio in seguito alla visita dello Scià a Berlino. Per questo motivo, il rumore mediatico che circonda questa figura è sostenuto quasi esclusivamente da finanziamenti ingenti, provenienti anche da capitali sottratti all’Iran, e da una parte della diaspora a lui favorevole. All’interno del Paese e tra le altre comunità etniche, Pahlavi non gode di alcuna reale legittimità. I media a lui vicini hanno prodotto uno scandalo significativo manipolando video delle rivolte popolari e sovrapponendovi slogan come “Javid Shah”. Successivamente, anche i conflitti e le aggressioni verbali avvenuti durante le manifestazioni in Europa hanno contribuito, nel tempo, a svelare alla comunità internazionale il vero volto di questi gruppi.

Ciò che conta davvero è l’unità per porre fine alla Repubblica Islamica, andando oltre bandiere e simboli, con la speranza concreta che possa nascere un Iran democratico. È però necessaria molta cautela, perché si sa bene cosa si lascia alle spalle, ma non si può sapere con certezza cosa attenda alla fine del percorso.

Reazioni nel fediverso