Il provvedimento della Cassazione nel caso Libra. Intervista con l’Avv. Stefano Greco per capirne di più

Il provvedimento della Cassazione nel caso Libra. Intervista con l’Avv. Stefano Greco per capirne di più

Il 3 aprile 2026  c’è stato il provvedimento della Corte di Cassazione sul caso Libra riferito al naufragio di un barcone carico di migranti l’11 ottobre 2013 al largo di Lampedusa in cui persero la vita soprattutto bambini e donne.

La Corte di Cassazione si è espressa cassando limitatamente ai capi A e B i reati dolosi ex art. 328 c.p. e confermando per il resto la sentenza sul capo C ovvero omicidio colposo plurimo, condannando i ministeri, responsabili civili, Ministeri della Difesa e delle Infrastrutture e Trasporti, alle spese legali nei confronti delle parti civili. I reati si erano prescritti in primo grado ma sia la sentenza del Tribunale che quella della Corte d’appello avevano motivato ampiamente l’impossibilità di assolvere gli imputati, riconoscendo loro la responsabilità dei fatti.

Gli imputati sono Leopoldo Manna responsabile  della sala operativa dell’I.M.R.C.C. Centro Nazionale di Soccorso, situato presso il Comando Generale Guardia Costiera a Roma, che ha la responsabilità nazionale per il coordinamento delle operazioni S.A.R. Search and Rescue – Ricerca e Soccorso e Luca Licciardi comandante della sezione operazioni reali correnti di Cincnav, Comando in capo della squadra navale che rappresenta il braccio operativo dello Stato Maggiore della Marina Militare italiana.

Nei pochi articoli che si sono occupati in maniera abbastanza superficiale della sentenza di Cassazione si ricorda l’accaduto come “il naufragio dei bambini” e si punta l’attenzione più che altro sulla prescrizione dei reati. Per capirne di più abbiamo intervistato l’Avv. Stefano Greco del Foro di Roma che fa parte dell’Associazione Giuristi Democratici, e che nel processo Libra ha difeso l’ASGI, costituitasi parte civile insieme ad un’altra associazione e a circa una quarantina dei 200 superstiti sopravvissuti al naufragio.

L’Avv. Stefano Greco all’inizio del dibattimento aveva già un’ampia esperienza processuale in materia avendo difeso Medici Senza Frontiere nel processo di Trapani riferito alla nave Juventa e il caso Guardian del 2011. Con lui, che ringraziamo per la disponibilità, ricostruiamo perchè la pronuncia della Cassazione ha oggi una particolare rilevanza.

Ci è sembrato utile non soffermarci superficialmente sull’intera vicenda ma approfondire i temi per capire come “una battaglia dopo l’altra” sia importante connettere i tasselli utili a contribuire a far sì che si fermino le stragi nel Mediterraneo. Grazie al contributo dell’Avv. Stefano Greco connettiamo i punti dal lontano 2006 fino ad oggi con la scottante attualità di questioni come le zone S.A.R. e le modalità o meno del soccorso in mare.

INTERVISTA ALL’AVV. STEFANO GRECO

  • Il pronunciamento della Cassazione arriva dopo un lungo iter processuale riferito alle responsabilità per l’operatività della nave Libra della Marina militare italiana durante il naufragio di un barcone pieno di migranti l’11 ottobre 2013 con un pesante bilancio di morti. Un dramma che si poteva evitare. Vogliamo ricostruire cosa è successo?

C’è stata la parola definitiva per il penale della Corte di Cassazione in merito alla vicenda. Sappiamo che i reati si sono già prescritti tutti durante la fase del primo grado. Siamo arrivati fino in Cassazione perché il Tribunale di Roma e poi la Corte d’Appello hanno su sollecitazione degli imputati applicato la prescrizione non riconoscendo però, come loro volevano, l’assoluzione degli stessi dai reati contestati. Si è arrivati così fino in Cassazione in tempi abbastanza brevi perché il processo è iniziato a dicembre 2019. Il ritardo è stato accumulato ai fini della prescrizione dalla Procura in fase di indagine, dopo che ha chiesto due volte, e una terza per un altro troncone dell’indagine, l’archiviazione e per due volte questa istanza è stata rigettata, arrivando poi a una imputazione coatta e modifica da parte del GIP dei primi due capi di imputazione, fissando un termine alla consumazione del reato.

  • Ci vuoi ricordare cosa riguardano i tre capi di imputazione A, B e C?

I  capi A e B sono quelli con cui veniva contestato l’omissione d’atti d’ufficio o meglio il ritardo nell’emissione di atti d’ufficio rispettivamente al comandante Leopoldo Manna, il quale all’epoca era il responsabile della sala operativa I.M.R.C.C. di Roma e a Luca Licciardi suo omologo presso la Marina militare presso la sala operativa Cincnav.

Il capo C invece è quello che riguarda il concorso dei due nel reato di omicidio colposo plurimo.

La Cassazione ha ritenuto di dover assolvere Manna e Licciardi dai primi due capi di imputazione, capo A e B e ha riconosciuto che non vi è stato ritardo nell’inviare la nave Libra dalle 16,22 (richiesta di malta) alle 17,04 (ordine alla nave di dirigersi verso i naufraghi) fino a giungere sul luogo del soccorso (ore 18,15). Leggeremo in seguito le motivazioni. Mentre ha mantenuto la sentenza di secondo grado e di primo grado tali per quanto riguarda il capo C cioè il  concorso in omicidio colposo plurimo.

  • Puoi spiegarci cosa è successo dal momento in cui gli imputati pur accogliendo la prescrizione avvenuta in primo grado sono ricorsi fino in Cassazione per avere l’assoluzione?

Il termine di prescrizione si era verificato già durante il primo grado. Abbiamo fatto una istruttoria in primo grado molto completa e lunga con due udienze al mese per un anno e mezzo, un impegno veramente notevole. Abbiamo sentito tantissime persone ai massimi livelli delle strutture gerarchiche, sia della Marina che della Guardia Costiera. Alla conclusione gli imputati non rinunciando alla prescrizione, e la Procura, hanno concluso per avere l’assoluzione piena. La cosa da notare infatti è che il Tribunale di primo grado con una sentenza di 90 pagine, cosa eccezionale per una prescrizione che di solito si limita alla formuletta di rito, ha motivato per quale motivo non dava l’assoluzione ai due ufficiali, ritenendoli responsabili, sia nel ritardo dell’invio della nave libra in soccorso, sia per il reato di omicidio colposo plurimo.

La stessa cosa è successa anche in Corte d’appello dove si è arrivati su ricorso degli imputati e dell’Avvocatura dello Stato che rappresentava il Ministero della Difesa e il Ministero dell’Infrastrutture. La prima sezione della Corte d’Appello di Roma ha emesso una sentenza, questa volta di 30 pagine, in cui confermava la responsabilità degli imputati, argomentando il tutto e facendo anche un richiamo importante ai principi Costituzionali.

Si è arrivati così all’attuale pronunciamento della Cassazione che, come dicevamo, ritiene gli imputati responsabili del capo C, concorso in omicidio colposo plurimo, assolvendo i medesimi per i due capi A e B del ritardo nell’ottemperare all’ordine di Malta.

  • Si è concluso così l’iter dal punto di vista penale ma la partita non è chiusa del tutto perché ora si aprirà la parte civile?

Eravamo molto preoccupati, come difesa delle parti civili, perché l’assoluzione completa per tutti e tre i capi di imputazione avrebbe comportato la preclusione del procedimento civile per risarcimento del danno. Invece la Cassazione, come dicevamo, ha fatto una scelta diversa, cassando limitatamente ai capi A e B i reati dolosi ex art. 328 c.p. e confermando per il resto la sentenza capo C ovvero omicidio colposo plurimo, condannando i ministeri, Ministeri della Difesa e delle Infrastrutture e Trasporti alle spese legali nei confronti delle parti civili.

  • Puoi spiegarci l’importanza della conferma da parte della Cassazione del capo d’imputazione C?

Per spiegarmi meglio devo fare una premessa.

I due capi d’imputazione A e B riguardano solo una parte della vicenda.

L’intera vicenda inizia alle 12.39, ora locale, dell’11 ottobre quando è stata fatta la prima telefonata dal barcone chiedendo il soccorso e si conclude con il naufragio avvenuto alle 17,07, mentre il soccorso vero e proprio inizia alle ore 18,15 con l’arrivo di Nave Libra sul luogo del naufragio.

I primi due capi di imputazione A e B, riferiti al ritardo nell’emissione di atti d’ufficio,  sono stati contestati agli imputati dalle 16,22 alle 17,07. Perché dalle 16,22? Perché in quel momento arriva un fax dal coordinamento del soccorso, l’R.C.C. di Malta, cioè la loro sala operativa, che chiede di poter utilizzare la nave Libra dopo che alle 16.15 un aereo maltese aveva avvistato un’imbarcazione instabile e sovraccarica di migranti. In poche parole Malta, dopo l’avvistamento, si affretta a mandare un fax agli italiani dicendo di mettere a disposizione la nave Libra.

Quando riceve il fax l’I.M.R.C.C. (ndr, Italian Marittime Rescue Coordinate Centre) telefona al Comando flotta italiano per dire che da Malta si sta chiedendo la Nave Libra e che forse è il caso di mettere direttamente in contatto la Nave con l’R.C.C. di Malta. La Marina Militare ferma tutto dicendo che bisogna aspettare per capire meglio cosa vogliono fare i maltesi con la nave. Dice ancora che bisogna cercare di convincere Malta a non utilizzare la nave, comunicando loro che ci sono altri assetti che possono essere utilizzati visto che Nave Libra è uno strumento importante nell’area, perché serve a proteggere i pescherecci italiani nella zona davanti alla Tunisia e a difenderli da eventuali attacchi sia tunisini che libici.

Questo è quello che avviene. Passa il tempo. Si arriva alle 17,03, quando finalmente Licciardi riceve il famoso fax. Lo legge e solo a quel punto dice che va bene: la nave può dirigersi verso il target cioè il barcone di migranti. Il ritardo consiste proprio nel tempo che passa tra le 16,22 e le 17,04.

Poi alle 17,07 arriva l’informazione che il barcone si è rovesciato e a quel punto viene ordinato alla nave di dirigersi alla massima velocità verso il barcone. Nave Libra giungerà solo alle 18,15 quando ormai molte donne e molti bambini erano affogati.

Proprio per quanto riguarda quei fatidici 40/50 minuti viene contestato il ritardo come riconosciuto nella sentenza di primo e secondo grado quando si afferma che in una situazione di emergenza non possono passare 40/50 minuti per leggere un fax.

C’è una cosa abbastanza incredibile che ha cercato di sostenere la difesa dei due ufficiali. Da un lato si continuava ad affermare che era insolito il fatto che Malta mandasse un fax, visto che di solito queste cose si fanno con una telefonata diretta, ma poi rispetto alla telefonata diretta fatta dall’I.M.R.C.C al Cincnav per dire che è arrivato il fax in cui i maltesi chiedono la nave, la Marina aspetta che arrivi il fax e il comandante Licciardi aspetta di leggere il fax prima di dare il via all’uso della nave. Tutto è quanto meno assurdo.

L’importanza del reato di omicidio colposo plurimo, capo d’imputazione C, è che abbraccia tutta intera la vicenda, dalla prima telefonata fino al momento del naufragio.

Questo ci ha permesso come avvocati di fare entrare nel processo tutta la vicenda. Sia la Procura che gli imputati hanno cercato fino all’ultimo, fino in Cassazione, di dire che i giudici dovevano occuparsi solo del periodo dalle 16.22 alle 17.04 e che ci si doveva disinteressare di quanto successo prima e dopo.

La nostra discussione in Cassazione è stata proprio incentrata sul capo d’imputazione C, che ci interessa in quanto parti civili. E’ l’importanza del capo C, omicidio colposo plurimo, che dà una luce particolare a tutta quanta la vicenda.

  • Secondo te qual’è l’interesse che hanno avuto gli imputati e i Ministeri, attraverso l’Avvocatura, a fare ricorso fino in Cassazione pur di fronte a una sentenza già dal primo grado di prescrizione? Cosa è in gioco in profondità con questo processo?

Al di là del risarcimento alle parti civili, del fatto che in questo modo se non ci sono reati dolosi forse gli imputati possono essere rimborsati delle spese legali e via discorrendo, quello che secondo me resta il punto centrale di questa storia è la gestione delle aree S.A.R. in mare e l’affermazione o meno della corresponsabilità dei centri di coordinamento e controllo dei vari stati nelle vicende di soccorso in mare. Come anche la necessità di affermare che un barcone, sovraccarico ed instabile, è già in distress e deve essere soccorso, quanto prima.

  • La questione delle aree S.A.R. è un tema centrale di questo processo. Puoi parlarci di questa questione di scottante attualità?

Questo punto è particolarmente importante perché l’Italia continua a sostenere di non essere tenuta a intervenire nelle aree S.A.R. di un altro Stato, pure quando riceve per prima la chiamata di soccorso.

L’Italia ha aiutato la Libia a dichiarare all’IMO (International Marittime Organization) una propria area S.A.R., quando sappiamo che poi la Libia ha una limitata capacità di intervento, di soccorso in mare e soprattutto riporta nei lagher le persone. Stessa cosa vale per la Tunisia. Teniamo conto che sia la Libia che la Tunisia il più delle volte agiscono su impulso di Roma che passa loro le informazioni e indica che c’è il tal barcone da andare a prendere.

C’è poi l’enorme area S.A.R. maltese che si frappone tra l’Europa e l’Africa. Una zona sproporzionata rispetto alle dimensioni di Malta e dove non riesce a portare soccorso a tutto quello che vi passa. Malta peraltro non ha recepito le modifiche alla normativa S.A.R. internazionale in cui sono state introdotte delle norme specifiche sull’immigrazione. Quando ci sono fenomeni di immigrazione non si sente del tutto obbligata a intervenire oppure fa degli interventi tampone. Va sul posto quando la chiamano perché il motore è fuori servizio, lo aggiusta e fa continuare l’imbarcazione verso l’Italia, scaricandosi dalle responsabilità.

L’Italia paradossalmente si ritrova una zona S.A.R. a sud, cioè sotto la Sicilia, che confina con quella maltese. Il problema è che Lampedusa è al di sotto come latitudine di Malta, di conseguenza la zona S.A.R. intorno a Lampedusa è molto ristretta. Gli italiani pretenderebbero di portare i soccorsi solamente entro le 24 miglia dalla costa di Lampedusa perché dicono lì si ferma la nostra area S.A.R. Che oltre diventa maltese per cui ci devono pensare loro. E’ una questione che va avanti da anni con un gioco delle parti in cui i due M.R.C.C. formalmente collaborano, si sentono, però non sempre intervengono.

L’altro problema che emerge da questo processo è lo stesso che ritroviamo nel naufragio di Roccella Ionica, nel naufragio di Cutro così come in buona parte dei naufragi che si sono avvicendati in tutti questi anni. L’Italia nel 2006, sotto il governo Berlusconi con Ministro dell’interno Pisanu, riunì al Viminale tutte le forze che facevano soccorso in mare e stilò un protocollo operativo. Il protocollo operativo del 2006 in parte non teneva conto della normativa S.A.R. perché stabiliva che in certe condizioni i barconi non vanno immediatamente soccorsi ma bisogna aspettare che diventi evidente il pericolo di naufragio. Fino a quel momento le imbarcazioni della Marina Militare in acque internazionali, della Guardia di Finanza nelle aree contigue e della Capitaneria di Porto nelle acque territoriali si devono limitare a ombreggiare le imbarcazioni segnalate. Non devono portare immediatamente soccorso ma guardarle e seguirle a distanza, senza farsi vedere attraverso sistemi radar e di rilevazione. Non è un’operazione di soccorso ma di law enforcement cioè di polizia nel senso che bisogna capire chi gestisce il traffico, cercando di scoprire collegamenti a terra e in mare, eventuali scafisti e via discorrendo. In breve un’attività di polizia tesa a reprimere eventuali reati.

Cosa succede agendo in base a questo protocollo operativo? Questo modo di operare –  aspettare e restare in attesa – ha portato al fatto che al barcone di cui si è trattato nel processo Libra, sovraccarico, instabile e che imbarcava acqua, come accertato nel procedimento, si è aspettato a portare soccorso perché si muoveva. Il solo fatto che si muovesse comportava che non fosse in pericolo imminente e andasse solamente ombreggiato. Per quattro ore l’hanno guardato da lontano, hanno evitato gli avvicinarsi finché alla fine il barcone si è rovesciato causando la morte di molte persone.

La stessa cosa è successa a Cutro. Hanno aspettato il barcone in spiaggia per verificare cosa succedeva quando toccava terra. Quando ha toccato il fondale o le onde sono state troppo forti il barcone si è sfasciato e sono morte molte persone. A Roccella Ionica stessa cosa.

E’ un modo di operare che può portare solo a delle tragedie.

Già “i viaggi della speranza” avvengono in una cornice fuori da ogni norma di sicurezza. La Guardia Costiera, più che la Marina Militare, in situazioni non ufficiali ci ha detto che questi barconi nel momento stesso in cui lasciano la riva libica andrebbero soccorsi. Questo è quello che si fece all’epoca con le ONG fino al 2017/2018 o con Mare Nostrum nel senso che come lasciavano la costa libica si andava a soccorrerle perché erano già barconi sovraccarichi, senza sistemi né individuali né collettivi di salvataggio, in molti casi zattere di fortuna, senza un equipaggio professionale, dove a bordo ci sono donne e bambine, persone vestite non certo per andare per mare e che in caso di caduta in acqua in poche ore vanno in ipotermia, come è successo nel naufragio prima di pasqua ed in quello di pasqua, di pochi giorni fa. Sono esseri umani che vanno salvati immediatamente. Non va aspettato chissà che cosa. Non bisogna aspettare che l’imbarcazione si fermi o che sia già troppo tardi. Dall’inizio del l’anno si stimano circa 600 morti appena in tre mesi (fonte OIM).

Queste sono le cose importanti di questo processo, che si leggono nelle sentenze del primo e del secondo grado.

  • Chiudiamo l’intervista con i drammatici aspetti umani del processo a partire dal fatto che ancora non si sa quanti siano stati i morti.

Ci sono stati momenti molto toccanti in aula in particolare durante le testimonianze dei superstiti. Il numero ufficiale dei morti non è stato ancora determinato del tutto. I cadaveri raccolti sono stati 26 in maggior parte donne e bambini, si valutano poi circa 200 dispersi.

Durante la sua testimonianza un soccorritore della Guardia di finanza ha detto che quando sono arrivati sul posto hanno trovato soprattutto corpi di donne e bambini. Donne, che in maggioranza non sanno nuotare, vestite con le loro palandrane che le intrappolano. Bambini che sono i più deboli e che affogano per primi.

Ci è stato anche spiegato che quando un corpo affoga, si riempie d’acqua, diventa pesante, va a fondo e prima che ritorni a galla bisogna aspettare alcuni giorni, che vada in fermentazione, per questo sono stati recuperati solo 26 cadaveri per lo più tenuti a galla dai pochi giubotti di salvataggio o perché morti per altra causa (con i polmoni ancora pieni d’aria). I superstiti sono stati circa 200 e di questi una quarantina circa si sono costituiti parte civile. In tutto pare che sul barcone ci fossero oltre 400 persone. Un superstite ha detto di aver visto in mano ad un trafficante una lista con 500 nomi. Purtroppo i numeri sono destinati a restare incerti come in tutti i naufragi ma non possiamo dimenticare che ognuno di questi corpi è un essere umano perduto nel mare.

La cosa triste è che i cadaveri raccolti in mare vengono seppelliti in tombe senza nome nei vari cimiteri della penisola, senza neppure fare un campionamento del DNA, senza dare la possibilità per i parenti delle vittime di piangere in un luogo i propri cari. Bisognerebbe occuparsi di questa cosa, preservando la dignità dei morti, raccogliere e conservare il DNA dei morti in mare e raccogliere le spoglie in un unico sacrario, dove sia visibile a tutti la strage che si stà consumando nel Mediterraneo Centrale. Dando, infine, alle famiglie la possibilità di cercare e conoscere la fine dei propri cari.

Reazioni nel fediverso