sui diktat delle Camere Penali in supporto alla Riforma Nordio

La posizione dell’Unione delle camere penali italiane per il Sì al referendum ha
preso a eccedere nei toni, in un crescendo che arriva ad accuse assurde.
Da ultimo, per l’UCPI le assemblee orientate al No, svolte negli uffici giudiziari,
sarebbero appropriazione degli edifici pubblici e del loro valore simbolico. A
parte gli aspetti strettamente giuridici, si nota come i riferimenti al “degrado” e
al “palcoscenico”, nel comunicato dell’UCPI, contengano assonanze con
caratteristiche preoccupanti della società contemporanea.
Certamente le accuse dell’UCPI non provengono dalla larga maggioranza
dell’avvocatura italiana, che dell’UCPI non fa parte. Del resto le assemblee
negli uffici nulla tolgono ad avvocati, cancellieri, cittadini e cittadine, e nulla
esclude che sostenitori del Sì vi portino le loro opinioni.
Da Giurista democratico, a buon diritto e anzi per dovere, credo sia necessario
prendere posizione.
Gli edifici pubblici sono del popolo italiano. Sono stati costruiti col lavoro, sul
lavoro è fondata la Repubblica e su chi lavora pesa in concreto il carico fiscale.
Il fatto che in quegli edifici si parli di giustizia, e non solo di casi processuali o
di cronaca, è il segno di un risveglio democratico importante.
La libertà di espressione non conosce alcun “non qui, non adesso”. Il “qui non si
fa politica, si lavora” fu motto della burocrazia fascista. Il “Piano di rinascita
democratica” della loggia P2, secondo la relazione della Commissione
parlamentare, conteneva “l’immagine chiusa e non priva di grigiore di una
società dove si lavora molto e si discute poco”. La più alta libertà di espressione
è quella che riguarda il futuro della Costituzione della Repubblica.

Luca Baiada magistrato

Reazioni nel fediverso