Il caso di Tarek Dridi: una storia dannatamente normale. Ne parliamo con l’Avv. Leonardo Pompili

Il caso di Tarek Dridi: una storia dannatamente normale. Ne parliamo con l’Avv. Leonardo Pompili

La vicenda giudiziaria di Tarek Dridi, arrestato poi condannato a più di 4 anni per resistenza a pubblico ufficiale nel contesto della iniziativa del 5 ottobre 2024 a Roma per la Palestina, ci porta a riflettere su diversi aspetti. Nella sua storia, purtroppo dannatamente normale di questi tempi, si intrecciano trattamenti giuridici discriminanti basati sull’appartanenza etnica e appesantimento delle condanne causato dalla generale torsione autoritaria perseguita con accanimento dal governo Meloni. Con l’Avvocato Leonardo Pompili, difensore di Tarek abbiamo voluto approfondire quello che è successo e perchè quello che sta succedendo a Tarek ci riguarda tutti oltre a fare alcune riflessioni generali sul momento che stiamo vivendo.

INTERVISTA ALL’ AVV. LEONARDO POMPILI

  • Possiamo ricostruire velocemente la vicenda giudiziaria di Tarek Dridi prima di entrare nel merito del perché sia importante conoscerla e farla conoscere?

Tarek è stato arrestato a seguito del corteo del 5 ottobre 2024, che fu uno dei primi cortei inerente la questione del genocidio in Palestina e che ha anche avuto la particolarità di essere una manifestazione particolarmente osteggiata e blindata tanto da essere inizialmente vietata. Sono stati comminati numerosi fogli di via a chi voleva recarvisi. Fogli di via peraltro spesso annullati in seguito dai vari Tar ma che nel frattempo erano stati comminati a delle persone. Una manifestazione connotata per essere stata molto ostacolata da parte delle istituzioni. Una situazione che ha portato poi anche a dei disordini. In questo contesto Tarek Dridi, che non era un militante politico o un attivista ma era comunque una persona che simpatizzava per la questione palestinese, vedendo la situazione di tensione fra gli studenti e gli agenti, in quel specifico momento, ha pensato di compiere un atto dimostrativo con le sue peculiarità. Bisogna tenere presente che stiamo parlando di una persona senza fissa dimora che ha vari problemi, anche di salute.

  • Per cui nel contesto di quella giornata, a dir poco controversa, Tarek viene arrestato e processato?

No, lui viene arrestato con un ordine di custodia cautelare nei giorni successivi, quando viene rintracciato. Gli viene data subito come misura il carcere. Viene accusato, processato ed in seguito condannato con l’accusa di resistenza aggravata. Reato che ricordiamo arriva a delle pene esorbitanti per com’è impostato con l’aggravante del numero delle persone, contestata sempre quando si è in manifestazione.

Tornando al caso di Tarek, lui viene accusato di resistenza aggravata nonostante abbia fatto tutto da solo. Come si vede nei video, al momento in cui compie atti di autolesionismo, cosa che per lui è un atto dimostrativo anche se certo eclatante, non era seguito da altri. Si trovava al di fuori della piazza, mentre tutta la manifestazione era all’interno visto che la zona era stata blindata.

Nella ricostruzione la polizia ha affermato che dapprima Tarek avrebbe scagliato delle bottiglie contro gli agenti, poi li avrebbe colpiti con un ombrello e alla fine si sarebbe tagliato per evitare l’arresto. In realtà dai video non si vede il lancio delle bottiglie ma solo che agita l’ombrello senza colpire. Inoltre il fatto di tagliarsi, che loro collocano alla fine dell’accaduto come se fosse posto in essere per evitare l’arresto, in realtà è il primo atto che compie come protesta. Conoscendo Tarek meglio in seguito, abbiamo capito che lui, essendo già stato detenuto, considera l’autolesionismo in qualche modo come uno dei pochi strumenti a disposizione per esprimersi. Sappiamo cosa succede ad esempio nei CPR dove non avendo giornali, radio o altre cose interne per farsi sentire molto spesso chi vi è rinchiuso si cuce la bocca e quant’altro.

  • Per cui, se abbiamo capito bene, Tarek Dridi non è stato arrestato in flagrante, sono andati a cercarlo, per capirci?

Sì, lo hanno cercato sulla base dei video. Era stato talmente eclatante quello che aveva fatto. Se si guarda il video effettivamente è un gesto estremamente inurbano, non certo bello da vedersi, però non si tratta di violenza nei confronti degli agenti. Questo era già esplicito dal video. C’è poi una parte del video che si fa fatica a chiamare violenza perchè Tarek fronteggia semplicemente la polizia con un ombrello in mano. Lui da solo contro un contingente. E’ più uno scimiottamento che una vera e propria resistenza. Non arriva a colpire nessuno. Questo è quanto è avvenuto.

  • Dopo aver ricostruito la dinamica reale di quello che è accaduto, parliamo della pesante condanna, 4 anni e 8 mesi, che Tarek ha subito in primo grado durante il rito abbreviato.

La condanna è stata emblematica. Molto elevata. La procura aveva chiesto tre anni e sei mesi. Il giudice lo ha condannato in abbreviato a quattro anni e otto mesi. Va detto che era partito da sette anni. Senza l’abbreviato gli avrebbe dato sette anni di carcere per aver agitato un ombrello e essersi tagliato. Sono veramente molti.

  • C’è altro da sottolineare che è avvenuto durante il processo?

Vorrei sottolineare un’altra cosa particolare del processo. Nonostante avessi depositato delle cartelle cliniche che attestavano i problemi di salute di Tarek utili per capire quanto è avvenuto, queste sono state completamente ignorate. Non è stata disposta a nessuna perizia seppur richiesta. Adesso abbiamo fatto appello per vari motivi. Sosteniamo che non c’è il reato, che non ci sono le aggravanti e quant’altro, ma ci soffermiamo anche sulla negazione della perizia. Per fortuna in appello c’è stata concessa la perizia da parte della Corte d’Appello, perché effettivamente c’erano le carte per poterla effettuare e quindi adesso stiamo aspettando il risultato. L’udienza d’Appello si terrà il 6 marzo 2026  e in quell’occasione  sia il nostro consulente che il perito del della Corte d’Appello, dovranno dire se effettivamente i problemi di salute di Tarek hanno inciso in questo comportamento un po’ “scenografico” che ha avuto.

  • Proviamo a fare delle riflessioni su come la vicenda di Tarek si inserisca in un preoccupante quadro d’insieme. Il primo punto su cui forse vale la pena focalizzare l’attenzione è la pesantezza della condanna, che va inquadrata in un clima in cui tutti i decreti sicurezza promulgati dal governo Meloni puntano moltissimo sull’aggravare le pene per i reati di piazza. Si può leggere la vicenda di Tarek in questa luce?

Direi di sì. Quando si sono svolti i fatti che hanno portato all’arresto di Tarek  non erano ancora in vigore i nuovi decreti. Per questo è importante sottolineare che la resistenza aggravata aveva già una pena molto elevata senza dover ricorrere a ulteriori aggravanti. Aggravanti che invece vengono continuamente riproposte e sbandierate, creando così un clima in cui tutto punta in quella direzione. Quando si insiste ed insiste su questo tipo di reati in un certo senso anche chi giudica sente l’aria che tira.

Per venire alla domanda, direi che quanto è successo a Tarek rientra a pieno nel solco della demonizzazione del dissenso di piazza, di cui anche il decreto sicurezza è figlio, peraltro all’epoca era già in discussione anche se come Disegno di legge. Il clima era quello.

  • Continuando a riflettere si potrebbe dire che questi decreti non sono semplicemente qualcosa che viene partorito nottetempo dal ministro di turno, ma inseguono in particolare alcuni reati, alcuni contesti? Sono alcune situazioni, in particolare quelle di piazza che sono al centro dell’attenzione? Per questo la vicenda di Tarek è emblematica?

Nei decreti sicurezza tendenzialmente c’è sempre qualcosa che riguarda le manifestazioni di piazza, come se fossero un problema all’ordine del giorno, quando poi se andiamo a vedere statisticamente le manifestazioni di piazza particolarmente conflittuali sono un paio all’anno. Non penso inoltre che rappresentino il vero problema del cittadino. Di fatto questi provvedimenti appaiono come scuse per aumentare il livello di repressione.

  • Nel nostro codice ci sono già un buon numero di reati che riguardano le manifestazioni di piazza.

Direi di sì, sono presenti a sufficienza.

Per anni abbiamo avuto l’impossibilità di applicare al reato di resistenza l’art. 131 bis del Codice Penale italiano che prevede la non punibilità per “particolare tenuità del fatto”, anche se adesso nel merito è intervenuta la Corte Costituzionale. Dall’altro lato per l’abuso d’ufficio era sempre permesso il ricorso al 131 bis, quindi l’assoluzione per “tenuità del fatto”, oltre che adesso – ed è a dir poco assurdo –  l’abuso d’ufficio nemmeno c’è più, perché l’hanno abrogato.

E’ come se tendenzialmente lo Stato da una parte si autoassolve togliendo l’abuso d’ufficio, rendendo difficili le indagini sui reati commessi dalla polizia, come adesso con lo scudo penale, mentre dall’altro lato, per quanto riguarda il cittadino, vengono innalzate le pene per qualsiasi atto che venga considerato insubordinazione. Pensiamo per esempio all’introduzione come nuovo reato della resistenza passiva in carcere così come i reati d’opinione sono stati inseriti nel 4 bis, cioè nei reati ostativi, assurdo per dei reati che non dovrebbero quasi esistere in un ordinamento democratico.

Potremmo dire che c’è una tendenza verso il fatto di non avere nessuna tolleranza per il cittadino e quindi il dissenso è uno dei problemi da colpire, mentre dall’altro lato lo Stato si autoassolve continuamente.

  • C’è un altro aspetto della vicenda di Tarek Dridi che ci deve far riflettere: nel nostro sistema giustizia non è vero che il trattamento sia uguale per tutti. Nelle carceri si vede bene come determinate categorie di persone per la loro collocazione nella società, perchè il caso le ha fatte nascere da una parte invece che da un’altra,  sono segnate, diciamo più chiaramente sono vittime di un trattamento diverso. In questo senso la vicenda di Tarek è emblematica. Quello che lui ha compiuto segnalava una difficoltà, una sua problematica che andava affrontata non certo con la detenzione ma con altri strumenti, diciamo sociali. Anche per quanto riguarda altri aspetti come la concessione di misure alternative la situazione di fragilità e precarietà di Tarek è diventata un problema. Questo peraltro, astraendoci un attimo dalla vicenda Tarek, è la stessa condizione che vale per moltissimi detenuti stranieri o persone a rischio di emarginazione che sono in carcere.

Viviamo in una società classista e la giustizia non può che essere lo specchio della società. Per esempio a Tarek, come a molti altri stranieri  non viene garantito il gratuito patrocinio perchè non hanno materialmente il codice fiscale. E’ un orientamento, non tutti i giudici lo negano. In questi casi di conseguenza diventa tutto a carico del difensore, pensiamo all’estrazione di copia degli atti.  Ed ancora a questi imputati è più difficile garantire un consulente. Di fatto viene ristretto il campo del diritto di difesa indebitamente. La stessa difficoltà e discriminazione avviene per le misure alternative. Per andare ai domiciliari serve una casa, se non ce l’hai, resti in carcere. Ed ancora per quanto riguarda le pene alternative (domiciliari o affidamento in prova), una delle prime cose che viene chiesto per poterne beneficiare è di solito che uno abbia un contratto di lavoro e abbia una casa. Ma se uno è un immigrato irregolare il contratto di lavoro non glielo possono fare perché non ha il permesso di soggiorno. Uno che vive per strada e magari ha commesso solo uno specifico reato ma che comunque non ha una casa, chiaramente non può chiedere i domiciliari.  Tutto diventa difficile ed impossibile, scontrandosi con le differenze sociali. Chiaramente le difficoltà aumentano esponenzialmente se sei straniero.

  • In questo momento in cui le carceri sono piene di detenuti stranieri per reati legati agli stupefacenti tutto questo diventa come finire nelle sabbie mobili, un  pantano da cui è molto difficile uscire.

E’ provato che le misure alternative alla detenzione favoriscono il calo della recidiva. Viceversa chi entra e resta in carcere, che volenti o nolenti è un po’ la “scuola del crimine”, poi di solito quando esce vi ritorna come in una specie di circolo dannato. Sono cose importanti da discutere per capire fino a dove arriva l’utilità rieducativa del carcere, ammesso che esista.

  • Siamo in un momento, a poche settimane dal voto per il referendum, in cui assistiamo ad una discussione pubblica, per molti aspetti volutamente fuorviante sulla giustizia. In conlusione di questa chiaccherata volevo chiedere proprio a te che fai parte di una nuova generazione di avvocati che spazio vedi per il vostro lavoro proprio nel momento in cui tutti i diritti conquistati anche in campo giuridico sono sotto attacco? Che spazi vedi per resistere e per contribuire ad un cambiamento?

Ci tengo a specificare che nel processo di Tarek ho affiancato l’avvocato Romeo, mio collega di studio, ma soprattutto avvocato di lungo corso e grande esperienza.

Noi avvocati sicuramente ingoiamo molti rospi. Mi spiego meglio.

Il singolo cittadino, o non cittadino nel caso dello straniero, che affronta un processo, vede chiaramente l’ingiustizia che lui subisce. Mettiamo il caso di Tarek: lo hanno condannato, lui vede questa ingiustizia, la subisce sulla propria pelle. Noi avvocati, soprattutto gli avvocati degli ultimi, non le subiamo sulla nostra pelle ma vediamo le ingiustizie di tante persone. Questa è una cosa che ha un suo effetto. In un periodo storico come questo, in cui le libertà sono a rischio, la percezione è ancora più evidente. A volte comunque riesci anche a toglierti qualche soddisfazione, come quando vai a prendere un detenuto che viene rilasciato. L’altro giorno hanno rilasciato un nostro assistito per il quale abbiamo dovuto lottare, andare in Cassazione per far affermare un principio di diritto basilare. Quando sono andato a prenderlo, vedere quella felicità è una cosa indescrivibile.

Perciò qualche soddisfazione ce l’abbiamo anche noi.

Oltre a questo, quello che ti spinge è il fatto d’aver scelto e continuare a scegliere di essere contro le ingiustizie e di non poter fare altrimenti. Penso sempre a quella frase, non ricordo più di chi, che dice “c’è poco che si può fare per la libertà ma quel poco che si può fare è necessario che lo si faccia”.

I fumetti riportati in copertina sono tratti dalla storia che Zero ha scritto per la rivista Internazionale (numero 1623 – anno 32, 2025) intitolata “La vendetta di Polifemo”.

Reazioni nel fediverso