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Appello contro l'introduzione della discrezionalità dell'azione penale
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No alla prescrizione breve
Redazione 5 maggio 2011 12:6
I Giuristi Democratici esprimono il proprio dissenso contro l'ennesima legge ad personam in via di approvazione al Senato.
La prescrizione breve (o processo breve) non si limita a cancellare i processi di Berlusconi, ma aggiunge per tutti i cittadini disfunzioni e diseguaglianze nel processo penale

Il tredici aprile scorso la Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge intitolato “Disposizioni in materia di spese di giustizia, danno erariale, prescrizione e durata del processo” (Atto Camera n. 3137–A, trasmesso al Senato ai fini dell’approvazione definitiva).
In realtà, il testo approvato non contiene alcuna disposizione significativa volta ad incidere sull’effettiva durata del processo penale, mentre l’unica disciplina, dirompente sul sistema giustizia italiano, è prevista in materia di prescrizione del reato.
Il testo propone infatti di abbassare da un quarto a un sesto l’aumento massimo della prescrizione dovuto agli atti interruttivi a beneficio dei soggetti mai condannati, modificando l’art. 161 del codice di procedura penale.
Il meccanismo sopra descritto incide sul testo introdotto dalla legge c.d. ex Cirielli (L. n. 251/2005, un prodotto normativo talmente scadente da essere rinnegato anche dal suo stesso primo proponente) che distingue i casi dei non condannati, dei recidivi aggravati e reiterati, e dei delinquenti abituali e professionali, stabilendo un aumento del tempo necessario a prescrivere diversamente modulato fra quelle categorie.
Il disegno di legge sulla c.d. prescrizione breve ha l’obiettivo, neppure celato, di evitare anche la pronuncia di una sentenza di condanna in primo grado per gli “incensurati”, impedendo così – ad personam – il marchio di una condanna, pur non definitiva, che suonerebbe però conferma, ancorché provvisoria, di un’accusa sgradevole.
Va, tuttavia, segnalato che l’ancoraggio della prescrizione “alla qualità personale dell’imputato e non più all’oggettività del reato” è stata fortemente criticata dagli studiosi di diritto penale, che hanno denunciato l’illegittimità costituzionale di una disciplina che mescola irrazionalmente gli atti interruttivi della prescrizione, espressione del persistente interesse punitivo dello Stato, con la qualità personale dell’agente, incensurato o recidivo.
Difatti, far dipendere i differenti termini massimi di prescrizione non dalla gravità oggettiva del fatto, bensì dallo status soggettivo dell’imputato, determina, nei fatti, un odioso ritorno al “diritto penale d’autore”.
L‘eventuale approvazione di quest’ennesima legge ad personam sarebbe perciò un ulteriore sfregio ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza di fronte alla legge, che, come in passato, oltre settanta docenti di diritto penale, senza distinzioni politiche, hanno di recente denunciato con forza.
D’altronde, tutti sanno che la prescrizione abbreviata risponde all’interesse precipuo del premier nel processo Mills.
Si può dire, anzi, che i suoi dettagli sono stati studiati per favorire il Presidente: l’abbreviazione vale per gli incensurati, e Berlusconi è incensurato, l’accorciamento non è elevato, ma quanto basta per evitargli una condanna, le nuove regole si applicano quando non è stata pronunciata sentenza di primo grado. E in nessuno dei suoi processi tale sentenza è stata, appunto, pronunciata.
Ma ciò che maggiormente preoccupa relativamente alla effettiva tutela dei diritti dei cittadini, a partire dalle persone offese dal reato, è l’effetto dannoso d’estinguere un numero elevato di reati.
La prescrizione, come già detto, era già stata accorciata nel 2005, senza che fossero state, già allora, previste le riforme indispensabili per consentire un’accelerazione dei processi. Ciò ha causato una situazione pesante, con oltre 150 mila reati estinti all’anno.
Se si tiene conto della durata media di un processo di merito, si può ragionevolmente concludere che quasi tutti i processi per reati puniti con la pena della reclusione compresa nel massimo tra i cinque e i sei anni e la grande maggioranza di quelli per reati puniti con la pena della reclusione massima di otto anni sono destinati a sicura prescrizione. Non solo, ma una ricognizione effettuata recentemente dalla Corte di Cassazione ha permesso di accertare che si situa attorno ai nove anni il tempo medio di durata dei processi per reati puniti con pena compresa fra cinque e otto anni che giungono al vaglio della stessa Corte: per la massima parte dei processi, dunque, il termine prescrizionale maturerebbe prima della sentenza definitiva, ma dopo la decisione di appello, e cioè in un contesto che comporta per il sistema giustizia il massimo spreco di energie. E’ evidente, dunque, che l'applicazione del nuovo regime ai processi in corso comporterà la vanificazione di gran parte del lavoro svolto dall'intero sistema giudiziario nel corso di alcuni anni.
E’ dunque agevole pronosticare che l’impatto della modifica normativa da ultimo proposta sui processi in corso sarà rilevante, atteggiandosi quale una sostanziale amnistia, come di recente affermato in un parere reso dal Csm.
Infatti, se si considera che la maggior parte dei processi che si concludono con una decisione di merito riesce, già oggi, ad evitare per un soffio la mannaia, è facile immaginare che la nuova legge determinerà, in ogni caso, un ulteriore, doloroso e non certo auspicabile, incremento del fenomeno.
Le conseguenze appaiono d’altronde ancora più gravi, se si considerano i reati che saranno i più toccati, perché commessi da incensurati: un incremento rilevante di reati prescritti si verificherà fra i reati dei colletti bianchi.
Si pensi ai processi per truffa, per aggiotaggio, per bancarotta, per incidenti sul lavoro, molti dei quali già oggi riescono a sfuggire per poco, quando vi riescono, all’estinzione. Ad esempio, il primo processo Parmalat per aggiotaggio (che si prescriverà a giugno) si è concluso con sentenza definitiva ai primi di maggio; ed il secondo, contro le banche, a giungere a sua volta alla sentenza di primo grado entro aprile, salvando così quantomeno i risarcimenti. Si tratta di processi che, dopo l’ulteriore riforma, sarebbero stati sicuramente prescritti.
Ma vi è di più. In taluni casi la normativa contraddice linee di politica criminale assolutamente prioritarie. Si consideri la corruzione. Le statistiche parlano di un suo incremento del 30%. Giuristi ed economisti chiedono, da anni, un’apposita legge anticorruzione (fra l’altro imposta dalla normativa europea). Ebbene, poiché i pubblici ufficiali corrotti sono, di regola, incensurati, con la nuova legge l’Italia, incrementando i reati prescritti, favorirà, anziché contrastare, la corruttela. Una vergogna, tanto più che il Parlamento, nel frattempo, si guarda bene dall’approvare il disegno di legge anticorruzione.
Il Ministro Alfano ha sostenuto che l’aumento delle prescrizioni sarà minimo (0,2%). Il dato è contestabile (il Csm ha parlato del 10% in più); ma anche se fosse corretto, dato l’alto numero di prescrizioni già presenti, sarebbe comunque un male.
Il ministro si è, d’altronde, ben guardato dallo spiegare «quali» saranno i reati più colpiti. Se lo avesse fatto, la gente avrebbe tanto più motivo d’indignarsi.
La materia della giustizia è oggi ostaggio di questo momento politico e dell’attacco quotidiano del premier ai magistrati, recentemente definiti – nuovamente – eversivi.
Lo stillicidio quasi quotidiano di contumelie contro la magistratura appare non più tollerabile.
Minare l’autorevolezza e lo stesso principio di autonomia del potere giudiziario, la terza gamba indispensabile per reggere un tavolo che su due soltanto, governo e parlamento, non si reggerebbe, significa danneggiare tutti, anche se in un caso particolare potrebbe salvare qualcuno.
L’Associazione Giuristi democratici è convinta, come di recente affermato da Nicola Gratteri, che ha così intitolato un recente volume, che la giustizia sia una cosa seria.
In questo quadro, appare imprescindibile occuparsi della funzionalità del sistema giustizia nella prospettiva della tutela dei diritti dei cittadini e non già procedere ad una irragionevole – e non avvertita come necessaria – riduzione dei termini di prescrizione dei reati.
Per questo i Giuristi Democratici lanciano un appello per l'apertura di un dialogo, peraltro già presente in molti Distretti italiani, tra Magistrati, Avvocati e personale dei Palazzi di Giustizia per trovare insieme soluzioni che consentano di porre un argine alla apparentemente inarrestabile crisi del sistema.
Ridurre la lunghezza dei processi (ma non farli morire irrazionalmente), sanare le carenze di organico nei tribunali e nelle procure, rivedere le circoscrizioni giudiziarie, ridurre il numero dei tribunali, utilizzare la posta elettronica per effettuare le notifiche, depenalizzare i reati minori, affrontare l’emergenza carceri sarebbero questioni che meriterebbero l’attenzione e la discussione in sede parlamentare.
Per queste considerazioni i Giuristi democratici ritengono imprescindibile contrapporsi all’approvazione del disegno di legge in materia di “prescrizione breve”.