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Criminalizzazione dei movimenti sociali - Gilberto Pagani
Redazione 1 marzo 2005 9:12
Ci attende un destino di repressione privata, gestita dalle grandi multinazionali, senza nessuna delle garanzie che sono alla base dei sistemi giuridici europei? Di seguito l'intervento di. Gilberto Pagani al Convegno di Bordeaux organizzato da AED e MEDEL dd. 21 ottobre 2004.

Il sistema di garanzie che era o doveva essere alla base dei sistemi giuridici propri delle società occidentali dopo la seconda guerra mondiale volge al termine.

La perdita di diritti che si sta verificando nei paesi europei ha riflessi principalmente economici, in termini di diritti sociali; ma il fenomeno ovviamente è presente anche nell'azione dello stato che in varia misura tende a rendere inoffensivi le persone ed i gruppi che ne contestano alla base le fondamenta.

La deriva securitaria viene da lontano, ma gli avvenimenti del 2001 segnano uno spartiacque: dopo la tragedia dell'11 settembre sono state emanate leggi che hanno affievolito o addirittura eliminato una serie di diritti fondamentali.

Con il Patriot Act I e II e con le altre leggi sulla sicurezza nazionale entrate in vigore negli Stati Uniti l'FBI ha il potere di investigare, senza controllo giudiziale, sui dati più protetti dei cittadini, su tutte le transazioni economiche, sulle comunicazioni via internet.

Viene di fatto eliminato l'habeas corpus, vengono detenute persone senza accuse, per un periodo illimitato; viene legalizzata la tortura, tre secoli dopo Montesquieu e Beccaria.

L'occasione è la guerra permanente: un meccanismo che si basa sulla paura, vera ed indotta, che spinge l'opinione pubblica ad accettare di avere meno diritti in cambio di più sicurezza.

Ma, come sappiamo, è un'equazione che non funziona; lo si vede bene nelle realtà urbane, dove i cittadini sono sempre più sorvegliati ma non per questo si sentono più sicuri.

Il mantenimento dell'ordine sociale è uno dei compiti dello stato. A seconda del livello di democrazia esistente, nelle democrazie occidentali, la repressione contro i movimenti sociali può essere spietata oppure dolce, ma è un dato costante.
Si tratta di capire perché oggi parliamo di "criminalizzazione"

1) LA NUOVA CONCEZIONE DEL REATO ASSOCIATIVO

Anche in Europa, dopo l'11 settembre, sono state varate nuove leggi anti terrorismo e, in particolare, la decisione quadro del Consiglio della Comunità Europea del 13/6/2002 ha enormemente ampliato i due concetti di "terrorismo" e di "associazione terroristica".

Il concetto di "reato terroristico" si estende ormai a comportamenti che sono propri di qualsiasi movimento di massa, oppure ad altri comportamenti (soprattutto in ordine ai sistemi informatici) che prima erano puniti con pene lievi e che nulla hanno a che fare con l'usuale significato della parola "terrorismo".

La decisione quadro del 13/6/2002 dà la seguente definizione: "Il termine designa un'associazione che non si è costituita per la commissione estemporanea del reato e che non deve necessariamente prevedere ruoli formalmente definiti per i suoi membri, continuità nella composizione o una struttura articolata".

Come si vede una definizione che non potrebbe adattarsi ad organizzazioni quali Al Qeda, piuttosto che la RAF oppure la mafia, basate su strutture militari.
Al contrario, una definizione che sembra confezionata su misura per colpire le nuove forme organizzative che il movimento si è dato e lo sviluppo dei rapporti costruiti attraverso la rete.

Uno dei principi sanciti dalla decisione quadro definisce un atto terroristico il tentativo o il progetto di costringere indebitamente i poteri pubblici o un'organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto.

Come spesso avviene nei testi legislativi, tutto si gioca su di una parola, "indebitamente": qual è il limite oltre il quale la pressione sui poteri pubblici è "indebita"?

Quando un attivista diventa terrorista?
Dobbiamo ritenere possibile che in futuro, sulla base di norme emanate in seguito alla decisione quadro, persone che non si sono mai incontrate, che non hanno mai compiuto atti di violenza contro persone o cose, che però commettono il crimine di praticare una militanza antagonista, siano accusate di far parte di un'organizzazione terroristica.

Già oggi vi sono in corso dei processi, in vari paesi europei, in cui atti che in altre situazioni potrebbero portare ad accuse di danneggiamento anche grave oppure furto sono qualificati associazione a delinquere, devastazione o saccheggio, attentato ai poteri dello stato.

L'organizzazione criminale viene delineata come immateriale, basata su vincoli psichici; non conta neppure la conoscenza, ma l'occasione di essersi trovati in un certo punto in un certo momento.
Del resto, se non mi sbaglio, la loi Perben applica alla perfezione questi principi.

2) LA COMUNICAZIONE

L'elemento catalizzatore che permette che persone che non si sono mai conosciute e mai si conosceranno (anzi, si conosceranno al processo) formino un'associazione criminale è internet; così è scritto in una recente ordinanza di un tribunale italiano.
Sono d'accordo, non certo sull'associazione a delinquere, ma sul ruolo di internet nella comunicazione e quindi nell'aggregazione dei gruppi sociali e nello sviluppo dei movimenti di lotta.

Ma internet assume una notevole importanza come "piazza globale".
Si sta enormemente diffondendo una nuova forma di protesta civile denominata Netstrike, corteo telematico. Essa è compiuta da molte persone che si collegano nello stesso periodo di tempo a un determinato sito che rappresenti ciò' contro cui si vuole protestare. In questo modo è possibile arrivare a bloccare un sito per un breve periodo di tempo, senza danneggiarlo. Concettualmente è paragonabile ad un normale corteo che si può' fare nelle strade delle città', trasposto in rete. A quanto mi risulta essa non è un'attività sanzionata penalmente.
Internet viene utilizzato dalla moltitudine per organizzarsi, per diffondere notizie che superano la censura dei media ufficiali, per dimostrare in modo pacifico ed efficace l'opposizione. Non sappiamo fino a quando ciò sarà possibile.

La Decisione quadro 19/4/2002 del Consiglio Europeo della Giustizia, composto dai Ministri della Giustizia dei diversi Paesi dell'Unione equipara spammer, netstriker e terroristi informatici sotto l'unica definizione di coloro che inviano materiale elettronico non richiesto.

Vi si parla genericamente di "attacchi informatici", di "accesso non autorizzato a sistemi di informazione" o di "interferenza con un sistema di informazione". Sono previste pene reclusive gravi anche se in Europa non si giungerà a punire questi reati con l'ergastolo, come è previsto negli Stati Uniti.

Nel contempo nuove restrizioni in tema di scambio e diffusione del sapere e di copyright espropriano i cittadini di informazione e cultura.

Questi dati normativi aggravano la già dura realtà che vede il potere dell'informazione nelle mani di pochi gruppi o addirittura di qualche persona.

I rapporti nel mondo dell'informazione sono regolati da leggi e realtà che di "liberale" non hanno nulla e privilegiano non certo il "libero mercato" ma le concentrazioni ed i monopoli, che alimentano l'ideologia della guerra permanente.

3) TERRORISMO E DISSENSO

I Mass Media hanno contribuito a creare nell'opinione pubblica l'ossessione per la figura del terrorista quale "nemico invisibile" che si annida all'interno dei gruppi che manifestano il dissenso nei confronti del modello neoliberista; tutto ciò ha reso possibile la criminalizzazione e la messa al bando di associazioni e movimenti politici accusati di essere fiancheggiatori dei terroristi applicando l'equazione attivista-terrorista, già sperimentata in Irlanda del Nord.

Il mondo è insanguinato. Migliaia di vittime innocenti, uccise a New York, a Madrid, a Beslan riempiono di orrore tutta l'opinione pubblica e alimentano una chiamata alle armi in nome della superiorità dell'occidente, presentata come un confronto tra civiltà o addirittura come una nuova crociata in difesa dei valori cristiani, che non lascia spazio ai dubbiosi e agli incerti.

La guerra permanente al terrorismo proclamata dopo la tragedia dell'11 settembre ha provocato altre migliaia di vittime innocenti, non ha minimamente intaccato le strutture del terrorismo ma ha contribuito a rendere ancora più disumano il sistema.

In più la guerra contro l'Iraq, l'occupazione militare di quel paese, le misure interne discriminatorie nei confronti di cittadini di provenienza mediorentale o di religione mussulmana hanno aumentato l'odio e la diffidenza contro l'occidente e, paradossalmente, la popolarità e la capacità di proselitismo dei gruppi armati.
Se la risposta armata ha colpito le popolazioni civili, di contenuto simile è la risposta sul fronte interno con cui tutti i governi dell'occidente, non solo gli USA, hanno colpito e continuano a colpire i diritti fondamentali dei cittadini.

Invece di sviluppare il lavoro di intelligence, effettuare azioni mirate contro i terroristi, cercare di affrontare le cause remote del terrorismo, la strada imboccata dai paesi occidentali è stata l'aumento delle misure di controllo, con l'obiettivo di arrivare alla schedatura di massa di tutti i cittadini.
Si sviluppa la tendenza ad esigere che tutti si schierino a fianco dei governi, che sostengano le misure repressive, che si uniscano per il bene supremo del trionfo del nostro stile di vita e della supremazia dell'occidente.

Chi cerca di opporre a questa visione di scontro frontale un'impostazione diversa, un approccio basato sul rifiuto dell'aggressione contro i popoli, è schedato e controllato, bollato come un collaborazionista che, soggettivamente o oggettivamente, sostiene il nemico.

I movimenti sociali sono stretti tra due barbarie che si contrappongono: da una parte gruppi terroristi sostenuti dal peso economico e politico di vari paesi, dall'altra potentati economici che utilizzano la forza delle armi e della tecnologia per continuare a tenere in soggezione le popolazioni del terzo mondo, sia le parti più povere e diseredate che le nuove classi medie che rivendicano un maggiore accesso alle risorse e alla partecipazione.

Parallelamente si crea la figura mitologica del terrorista assetato di sangue, che ha come unico obiettivo la distruzione dell'occidente e l'assassinio di massa indiscriminato. E così vengono accomunati fenomeni tra di loro diversissimi, con un metodo in cui non vi è spazio per l'analisi e la comprensione.

E' assurdo pensare che un kamikaze sia spinto a uccidere se' stesso ed altri innocenti soltanto dal fanatismo religioso. Il fanatismo è una delle cause, ma non l'unica; vi sono cause economiche e sociali, che producono miseria e disperazione.
Contro chi si oppone, chi si rifiuta di essere arruolato in uno o nell'altro esercito, chi si ribella allo stato di cose esistente scatta la repressione.

4) IL NUOVO CONCETTO DI ORDINE PUBBLICO

Nel contesto della "guerra infinita", il mantenimento dell'ordine pubblico e la continuità del modello economico liberista diventano gli obbiettivi primari di tutela all'interno di ciascuno Stato.
La forza del movimento che si oppone a questo tipo di globalizzazione sta proprio nella molteplicità delle voci che lo compongono e nella creatività delle soluzioni da esso proposte; questo fenomeno impedisce al potere repressivo di etichettare in modo semplicistico la galassia delle associazioni che formano il movimento, rendendo così assai più difficile la sua criminalizzazione.

La risposta del potere è invece di considerare ogni problema sociale come "problema di ordine pubblico".

Lo si percepisce bene rispetto ai migranti: si spendono somme enormi per alimentare un apparato repressivo e carcerario che soddisfi le fobie razziste, mentre con gli stessi investimenti si potrebbe finanziare un'accoglienza umana e dignitosa.

Nuove tecniche e nuove procedure di controllo dell'ordine pubblico vengono sperimentate in campi che non destano allarme nell'opinione pubblica, che anzi le vede con favore; appunto i migranti e i supporters delle squadre di calcio. Tra i supporter del calcio da anni è applicata la schedatura preventiva di massa, il divieto di ingresso in certi paesi o in certi luoghi, l'obbligo di restare presso il proprio domicilio in certi giorni, nei confronti di persone ritenute pericolose anche se non hanno subito condanne. Sono anche previste eccezioni alle garanzie procedurali.
L'opinione pubblica vede con favore queste misure, non capendo che queste limitazioni di libertà domani potrebbero essere estese ad altri settori della società o a tutta la società nel suo complesso.

Infatti durante le grandi manifestazioni internazionali sempre più spesso i singoli Stati si preparano a fronteggiare le proteste antimondialiste cancellando in toto il loro bagaglio di diritti costituzionalmente garantiti: blocco delle frontiere, barricate, zone militari di non-diritto, schedatura preventiva dei manifestanti, chiusura dei media center indipendenti.

Le zone rosse create per i vertici del G8 e del WTO sono l'esempio lampante della negazione che lo Stato compie di se stesso e dei suoi principi di fronte alle manifestazioni di dissenso promosse da una parte della stessa società civile, a cui si aggiunge la sospensione dell'efficacia delle convenzioni e dei trattati europei che regolano il libero passaggio dei cittadini all'interno dell'Unione.
Un ulteriore aspetto è la gestione dell'ordine pubblico durante le manifestazioni.

In questi anni vi sono stati molti casi in cui, nelle grandi manifestazioni internazionali, prendendo a pretesto violenze isolate, i cortei di manifestanti pacifici sono stati attaccati duramente.

Gli eventi più drammatici sono senza dubbio avvenuti a Genova durante il luglio del 2001. Ancora prima dell'11 settembre si è verificata una situazione in cui i diritti fondamentali di movimento, di libera espressione delle idee, di organizzazione sono stati sospesi per molti giorni.
Abbiamo visto in vasta scala tutti i fenomeni più gravi: il blocco delle frontiere, le cariche della polizia contro cortei autorizzati, l'arresto indiscriminato di centinaia di manifestanti, le torture inflitte alle persone imprigionate, le armi da fuoco contro i manifestanti, e l'uccisione di uno di loro.

Il tutto nella completa omertà del governo e dei vertici delle forze dell'ordine, che hanno protetto i funzionari e gli agenti responsabili di gravi reati.

I funzionari e gli agenti responsabili di arresti arbitrari, di omicidi e violenze a carico dei manifestanti, di costruzione di prove false, di torture contro le persone arrestate, in alcuni casi non sono nemmeno stati processati; in altri casi, se pure vi saranno dei processi, i colpevoli hanno la fondata speranza di sfuggire alle accuse a loro carico approfittando delle coperture loro offerte dall'apparato statale e contando sulla prescrizione dei reati.

In nessun caso gli autori di questi crimini sono stati colpiti da sanzioni disciplinari.
Al contrario si sono già tenuti molti processi a carico dei manifestanti, per reati minori quali resistenza all'autorità o danneggiamenti, e sono in corso o si stanno preparando altri processi contro decine e decine di manifestanti per reati che prevedono molti anni di reclusione, quali associazione a delinquere, devastazione e saccheggio.

Genova è stata la prefigurazione della gestione dell'ordine pubblico e del contrasto delle manifestazioni di piazza nell'epoca della guerra permanente.
Il nuovo concetto di ordine pubblico rende sempre più indistinto il confine tra pace e guerra e tra azione militare ed azione di ordine pubblico.

Per comprendere e valutare ciò che sta accadendo in Palestina non possiamo rifarci ai concetti tradizionali: le azioni dell'esercito israeliano nei territori occupati non sono di guerra tradizionale, ma non sono neppure di ordine pubblico tradizionale.

Neppure in Irak si sta svolgendo una guerra tradizionale: non si fronteggiano due eserciti, ma da una parte la forza armata più potente e tecnologicamente evoluta della storia che si scontra con bande armate, che gli stessi americani definiscono "insorgenti" che attaccano l'esercito nemico con tattiche di guerriglia, senza neppure avere un comando centrale.
E' la guerra asimmetrica, in cui diviene centrale l'utilizzo di forze speciali che siano al contempo militari e di polizia, che sappiano assolvere ad un ruolo nuovo, non più riconducibile ad una tipologia tradizionale.

Il 17 settembre scorso è stata decisa, da cinque paesi che hanno corpi armati di polizia militare, Italia, Francia, Olanda, Spagna, Portogallo, la costituzione di una "Forza di Gendarmeria Europea", da impiegare in situazioni di "uscita dalla crisi", cioè in caso di conflitti a bassa intensità

La costituzione di questa forza è stata proposta dalla Francia; secondo il Ministro della Difesa, M.me Michèle Alliot-Marie "Questa forza avrà la capacità di fronteggiare ogni tipo di situazione, sia essa quasi-militare o quasi-normale".
Secondo un generale dei Carabinieri italiani "...la sostanziale indistinzione della minaccia alla sicurezza interna ed a quella esterna rende probabile che si affermi sempre di più, tra i mestieri di soldato e quello di poliziotto, un'area grigia in cui confluiscono entrambe le competenze. Tale area grigia è suscettibile di attribuire un ruolo particolarmente incisivo alle istituzioni, come l'arma dei Carabinieri, che conservano entrambe le capacità e che quindi si prospettano come l'anello di congiunzione ideale tra le organizzazioni deputate all'un tipo di sicurezza e all'altro: e ciò tanto sul territorio nazionale, quanto in teatri di operazioni lontani".

Del resto l'assassinio di Carlo Giuliani è stata un'operazione militare eseguita in un contesto di ordine pubblico.

Il declino del sistema basato sulla divisione dei poteri che proprio in questa città ha visto la sua culla comporta la soggezione dei poteri civili al potere militare, l'attaccco all'indipendenza della magistratura, l'assimilazione del nemico interno al nemico esterno. E come elemento unificante la fine dell'intervento pubblico e delle garanzie pur fievoli che esso può assicurare.

Lo scorso mese di settembre, durante le proteste pacifiche contro la Convenzione Repubblicana a New York, circa 2.000 manifestanti sono stati arrestati e rinchiusi in campi appositamente allestiti, gestiti e controllati da guardie private pagate dal Partito Repubblicano.

Forse ci attende un destino di repressione privata, gestita dalle grandi multinazionali, senza nessuna delle garanzie che sono alla base dei sistemi giuridici europei.
Benjamin Franklin ha scritto che "chi è pronto ad abbandonare la sua libertà per una sicurezza provvsoria nono merita nè la libertà, nè la sicurezza".

Noi, come giuristi, abbiamo l'enorme responsabilità di impedire che i nostri timori divengano realtà.

Bordeaux, 2/10/2004
Avv. Gilberto Pagani, Milano