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Il decreto Bersani e le spese di giustizia
Redazione 10 luglio 2006 20:30
L'appello lanciato dall'Associazione Nazionale alle associazioni sindacali e di tutela dei consumatori per un'iniziativa tesa al ritiro dell'art. 21 e alla modifica dell'art. 35 del D.L. 223/06.

Nel cosiddetto Decreto Bersani sono inserite all'art. 21 sulle spese di giustizia due previsioni fortemente penalizzanti per i cittadini.

1) Ogni cittadino per proporre un ricorso avanti al Tribunale Amministrativo Regionale deve oggi pagare una tassa di euro 500,00 e deve pagare un'ulteriore tassa di euro 250,00 per chiedere un provvedimento provvisorio in tempi celeri. Nella pratica ogni cittadino dovrà sborsare euro 750,00, quando fino a ieri doveva pagare, in genere, solo 340,00 euro. Questo avverrà sia per la grandissima impresa che impugna un bando di gara d'appalto miliardario, sia per la badante che presenta il ricorso contro il Questore che non le ha rinnovato il permesso di soggiorno.
E' evidente che l'introduzione di una tassa così onerosa è in contrasto con lo spirito dell'art. 24 della Costituzione (Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.) e con il programma con il quale l'Unione si era presentata agli elettori, che prevedeva facilitazioni e non ostacoli all'accesso alla giustizia.

2) Fino a ieri le spese di giustizia venivano pagate attraverso l'anticipazione degli uffici postali, ora verranno pagate secondo le ordinarie procedure in materia di contabilità generale dello Stato.
Questo vuol dire che i pagamenti verranno effettuati in tempi molto più lunghi.
Chi ci rimetterà?
In primo luogo tutti coloro che lavorano nel "mondo giustizia", ma non sono pubblici dipendenti. Sono, per esempio, gli interpreti e i consulenti dei giudici.
In secondo luogo tutti quegli avvocati che difendono le persone non abbienti, per le quali, secondo quanto previsto dalla nostra Costituzione all'art. 24, lo Stato provvede a pagare i costi della difesa davanti ai giudici civili, penali e amministrativi. Questi avvocati saranno sempre meno incentivati a difendere persone povere.
In terzo luogo tutti quegli avvocati che sono obbligati per legge a difendere d'ufficio nei processi penali cittadini privi di difensori di fiducia e che non riescono a farsi pagare da questi cittadini. Gli avvocati saranno sempre più incentivati a sottrarsi a quest'obbligo con conseguenze nefaste per quei cittadini.
Anche in questo caso, la novità contenuta nel Decreto Bersani contrasta con tutto quanto era stato previsto nel programma dell'Unione.

Ci corre l'obbligo di segnalare, infine, un aspetto dell'articolo 35 del decreto legge, una norma apparentemente condivisibile, che obbliga i professionisti a non farsi pagare in contanti. In realtà il divieto di incassare parcelle in contanti pare del tutto inidoneo al raggiungimento del condivisibile (e da noi ampiamente condiviso) fine di combattere l'evasione, ma, soprattutto, non tiene conto della specificità di alcune delle fasce più debole della clientela (si pensi, ad esempio, a quell'utenza extracomunitaria che non ha, né può avere conti correnti bancari). In questi casi si crea un vero e proprio incentivo all'evasione fiscale e nei fatti si priva il cittadino del diritto ad avere una qualsiasi ricevuta del denaro pagato per una prestazione.

Invitiamo tutte le associazioni sindacali e quelle di tutela dei consumatori a promuovere le iniziative più opportune e incisive perchè l'art. 21 del Decreto Legge 223/06 venga ritirato e l'art. 35 opportunamente modificato.

Roma, 10 luglio 2006
ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIURISTI DEMOCRATICI